Wim Wenders, America. A Villa Panza fino a fine marzo

di Elisabetta Spinelli

ph.: Wim Wenders (all rights reserved)

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Considero Villa Panza un luogo che rappresenta il cuore della cultura europea e al tempo stesso, grazie alla collezione Panza, l’unione tra l’Europa e l’America nella sua piena espressione. Non avevo mai pensato a una mostra dedicata all’America, ma questo luogo me l’ha ispirata e penso sia stato un grande privilegio poterla fare.” (W. Wenders)

Il nomade, l’europeo in viaggio, l’artigiano della luce: Wim Wenders racconta nei suoi film e nelle sue fotografie storie di paesaggi con uno sguardo acuto e profondo teso alla contemplazione dell’immensità della natura e della potenza della luce.

ph.: Wim Wenders (all rights reserved)

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Wim Wenders è uno di quei registi che ha fatto la storia del cinema contemporaneo. Ma è anche un fotografo di grande talento. Quest’anno compie i 70 anni e il Festival del Cinema Internazionale di Berlino gli consegnerà l’Orso d’oro alla carriera. A Villa e Collezione Panza a Varese (Piazza Litta, 1), fino al 29 marzo il FAI, Fondo Ambiente Italiano, lo celebra invece con “Wim Wenders, America”, una mostra in omaggio all’amico Dennis Hopper e all’artista Edward Hopper composta di immagini scattate dal celebre regista tra la fine degli anni Settanta e il 2003 nel corso dei suoi viaggi in America. I soggetti delle fotografie di Wim Wenders sono soprattutto paesaggi: geografici, urbani, architettonici, umani. È lui stesso a spiegarne il perché: “I paesaggi danno forma alle nostre vite, plasmano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana e se sei attento acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici luoghi.”

Il suo è un viaggio lungo due decenni in cui il mondo e l’America sono in completa trasformazione: si comincia con gli ultimi epigoni della guerra fredda e della contestazione, si passa attraverso l’epoca definita la fine della storia seguita alla caduta del muro di Berlino, e infine ci si ributta in pieno proprio in quella storia con il crollo delle torri gemelle di New York. Che concludono anche il percorso dell’esposizione: una preghiera fatta di immagini potenti, sia per contenuti che per formato in mostra, per riflettere collettivamente sulla violenza. All’inizio dei suoi viaggi negli Stati Uniti Wim Wenders usa la fotografia solo per ricordare e catalogare i possibili set per i suoi film. Ma le suggestioni per il suo spirito sono troppe e dall’esigenza professionale passa immediatamente alla necessità di registrare e interiorizzare quello che vede.

ph.: Wim Wenders (all rights reserved)

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L’occhio è quello di un europeo sorpreso e affascinato dalla potenza della luce e dalla policromia del paesaggio americano. Un mondo che percepisce come altro ma la cui cultura ed espressioni artistiche affascinano Wim Wenders da lungo tempo: “Il mio interesse per l’arte nacque in seguito a un lungo viaggio in America nel 1954 … In quel periodo non ero ancora un collezionista, ma sentivo che stava per nascere una nuova cultura, diversa da quella europea, spinta avanti da suggestioni, energie, situazioni nuove”. Una dimensione inedita della realtà che il suo sguardo sensibile e penetrante è riuscito a trasformare perfettamente in immagine fotografica.

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