Tutti i vantaggi del teleobiettivo

This entry is part 1 of 3 in the series Gli obiettivi fotografici

Lumachina ripresa con tele a 400mm sul davanzale di una finestra e illuminata con lampada da tavolo (ph.: A. Lo Torto, 2000)

di Antonio Lo Torto (ALT)

Cambiare l’obiettivo significa cambiare il linguaggio fotografico e la tecnica di ripresa.

La caratteristica di un teleobiettivo è quella di restituire un’immagine ingrandita di oggetti lontani. Altrettanto importante è il suo ridotto angolo di campo, che fa sì che il tele sia in grado di tagliar via gli elementi di disturbo, inquadrando un soggetto in tutta la sua evidenza. Se un obiettivo grandangolare è adatto a registrare tutti gli elementi che si vengono a trovare di fronte alla fotocamera, il tele si cala dentro la scena stessa e ne estrae i dettagli.

Portarsi il tele allo stadio consente riprese nitide e ravvicinate anche da notevole distanza (ph.: A. Lo Torto, 2007)

Per definizione i teleobiettivi si suddividono a seconda della loro lunghezza focale: quelli compresi tra 70 e 135mm vengono detti teleobiettivi moderativi, quelli fino a 300mm teleobiettivi veri e propri, mentre, salendo ancora (addirittura fino a 2.000mm!), troviamo i cosiddetti superteleobiettivi, ottiche costose, specialistiche e molto difficili da usare.

Comunque sia, scattando con lunghezze focali importanti è buona norma fare sempre attenzione al mosso: infatti questo tipo di obiettivi “amplifica” i micromovimenti della fotocamera e non c’è mano ferma che tenga… In questa sede voglio ricordarvi quel vecchio adagio fotografico, dei tempi di mio nonno: non impugnare mai a mano libera un obiettivo se il tempo di scatto è più lungo dell’inverso della focale utilizzata, altrimenti la foto uscirà mossa (esempietto: scattando con un tele da 200mm, quindi, il tempo più lungo di scatto che vi sarà concesso sarà di 1/250 di secondo, ecc.).

Generalmente, i tele sono ottime ottiche per scattare ritratti ravvicinati, istantanee di bambini che giocano, eventi sportivi e, soprattutto, gli animali (sia allo zoo, che nel loro habitat naturale). Molti zoom-tele in commercio, inoltre, dispongono anche della modalità macro.

La messa a fuoco selettiva. Il problema dello sfondo “invasivo”

La riduzione della profondità di campo prodotta da un teleobiettivo lo rende ideale se si vuole realizzare una messa a fuoco selettiva di un determinato soggetto. Combinando un diaframma piuttosto aperto con un punto di ripresa che ci consenta di mettere a fuoco gli elementi in primo piano, possiamo ottenere uno sfondo di forme, colori e toni sfocati intorno al nostro soggetto a fuoco. E’ una tecnica compositiva molto efficace, che serve a richiamare l’attenzione sul soggetto principale, oltreché a nascondere un fondale che, spesso, risulta disturbante.

Poco sfondo e un bel riempito in primo piano quando il soggetto lo richiede (ph.: A. Lo Torto - St. Moritz, 2002)

Uno sfondo invasivo, infatti, rovina qualsiasi immagine, in quanto tende a sovrastare il soggetto principale della foto. Il fotografo che trascura il rapporto tra sfondo e soggetto principale – magari perché troppo assorbito da quest’ultimo – andrà sicuramente incontro ad immagini deludenti, in cui troppi “attori” si contenderanno il ruolo del protagonista. Questo tipo di sfondo, invasivo, si rischia in particolare quando riprendiamo una figura umana, infatti – a meno che non si voglia realizzare un ritratto ambientato – la fotografia di una persona, in linea di massima,  richiede un background che sia il più possibile semplice, neutro: è sempre meglio evitare che vi sia più di un soggetto! Inoltre, un uso sapiente del teleobiettivo ci consente di minimizzare il problema dello sfondo invasivo realizzando un’inquadratura “più piena” del nostro soggetto riempiendo, cioè, il fotogramma il più possibile. In ogni caso, la soluzione migliore è quella di portare lo sfondo fuori fuoco con la tecnica, appena imparata, della messa a fuoco selettiva: aprite il diaframma e compensate con un tempo di esposizione più breve.

Un altro metodo potrebbe essere quello di sottoesporre lo sfondo, realizzabile, però, soltanto quando la differenza di luminosità tra le parti più illuminate del nostro soggetto e tutto ciò che resta in secondo piano sia almeno di 4 stop. Oltre questo limite, infatti, la latitudine di posa di qualsiasi sensore digitale (anche il più sofisticato) faticherà sicuramente a registrare il gap di luce e, se misurerete con cura l’esposizione sul soggetto, lo sfondo ne uscirà scuro e sottoesposto. Vedi in proposito: teoria dell’esposizione corretta e “dal bracketing all’HDRI: range dinamico e latitudine di posa“.

NOTA: trovandovi in esterni, di giorno, se la distanza dal soggetto ve lo consente, potrete ricreare questa situazione servendovi del flash ed usandolo come se fotografaste di notte. Cercate di riprendere il soggetto con un diaframma abbastanza chiuso (la modalità a Priorità di diaframmi sarà, pertanto, quella consigliata) e, se possibile, posizionate il flash abbastanza vicino al soggetto… un flash esterno e collegato alla fotocamera (via cavo o wireless) sarà sicuramente indicato. Di questa soluzione si avvalgono spessissimo i fotografi professionisti quando realizzano servizi in esterni, specialmente nel campo della moda.

La compressione dei piani

Il gradevole effetto compositivo prodotto dalla commpressione dei piani in questa foto di Joseph Meehan (1992)

Un’altra caratteristica del teleobiettivo è la cosiddetta compressione dello spazio fra il primo piano e lo sfondo: quasi una sovrapposizione dei vari piani che compongono la scena che, se cercata, risulta molto gradevole. Per cui il tele non solo avvicina gli oggetti tra loro, ma arriva persino a “fonderli”.

Una leggera compressione dei piani fornita dai teleobiettivi moderati (tra i 70 e i 135mm, quindi) li rende ideali per il ritratto di persone. “Schiacciando” un po’ la prospettiva, fanno lo stesso anche sui lineamenti umani, rendendoli più armoniosi e meno pronunciati. Nei ritratti realizzati con il grandangolare, invece, molto spesso i volti appaiono come “distorti”, con il naso a punta e la testa a pera…

All’aumentare della lunghezza focale aumenta anche l’effetto di compressione, tanto che un albero a trenta metri di distanza può sembrare incollato ad una casa che magari si trova molto più lontana. Per sfruttare creativamente questo effetto, però, si deve tener conto di due fattori, caratteristici di questo tipo di ottiche:

  1. la ridotta profondità di campo
  2. l’elevata distanza minima di messa a fuoco.

A f/16, un tele da 200mm riuscirà, ad esempio, a mettere a fuoco soltanto da 40 metri in su (all’infinito). Pertanto, per avere a fuoco sia il primo piano che lo sfondo, sarà necessario allontanarsi dal soggetto o chiudere ancora il diaframma, cosa che male si concilia con la necessità di un tempo di scatto breve per la ripresa a mano libera. Se non avete un treppiedi a disposizione sarete costretti a settare la fotocamera su sensibilità ISO piuttosto alte.

Lo Stromboli ripreso a 600mm in una serata particolarmente "brumosa". Mi trovavo a circa 80 km dal vulcano... (ph.. A. Lo Torto, 2004)

In conclusione, possiamo affermare che intervenire sulla prospettiva nel senso di comprimere i piani o nel senso di dilatarli artificialmente è, da sempre, un importante fattore di caratterizzazione delle fotografie. Adoperare il tele è divenuto, per alcuni fotografi e per alcune riviste di viaggi e turismo in particolare, un modo molto interessante per caratterizzarsi. E’ sufficiente sfogliare le più quotate pubblicazioni che presentano reportages documentaristici su luoghi esotici per notare che grandangolari molto spinti ma, soprattutto, teleobiettivi molto potenti sono gli strumenti che fanno da padroni. Controllate.

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