The Fifty Faces of Juliet – Man Ray

di Elisabetta Spinelli

Forse, i due scatti più famosi del maestro americano

Le 50 fotografie scattate da Man Ray alla moglie Juliet, tra il 1941 e il 1955, sono delicatissimi “esercizi di stile”: un atto d’amore continuamente rigenerato nel tempo. Man Ray conosce l’affascinante modella Juliet Browner in California, a Hollywood, nel 1940 e nel 1946 i due decidono di sposarsi in un doppio matrimonio con Max Ernst e Dorothea Tanning a Beverly Hills. Le cinquanta fotografie che Man Ray ha realizzato sono “un messaggio e una dichiarazione d’amore” a quella che fu per l’artista l’ultima amante e compagna, ma anche amica, moglie, modella e musa ispiratrice .

Nelle 50 fotografie il volto di Juliet indagato da Man Ray con le tecniche più disparate non è mai lo stesso volto. In posa da modella, accovacciata, nascosta da un vistoso cappello, ieratica come una sfinge… I ritiocchi con pastelli sul positivo e l’uso di veline in fase di sviluppo trasformano Juliet in una divinità indù, in una bagnante di Ingres, rivisitata al technicolor. Sperimentazioni e risultati che impressionano per modernità ed eleganza d’esecuzione. Altro aspetto che ricorre è l’attenzione alle mani che affiancano spesso il viso di Juliet o addirittura sono queste il soggetto della fotografia, ricoperte dai guanti, nude o solarizzate.

Man Ray, 1941

Accanto agli scatti dedicati a Juliet, sono esposte altre due serie: Femme e Mode au Congo. La prima composta di ristampe da negativi originali degli anni ’30, ove è espressa in nuce l’indagine concentrata sul volto, come sintesi esemplare dell’identità di un corpo.  Mode au Congo nasce da una richiesta del 1937, da Harper’s Bazaar, di foto di moda con cappelli. Man Ray trasforma in cappelli oggetti d’uso quotidiano – dal cestino del pane al mocio per pavimenti – riuscendo a ribaltare l’essenza  del concetto di moda, fino a infondergli un senso di permanenza astorica, visti anche i continui ammiccamenti, nei volti di profilo e nelle mani allineate in posa, all’arte egizia.

Fino al 22 luglio alla Fondazione Marconi di Milano, via Tadino 15

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