Storia della fotografia… atto II. Domenico Nardozza ci propone un’altra incredibile serie d’immagini d’epoca

Introduzione

di Antonio Lo Torto

Qualche anno fa abbiamo pubblicato una serie d’immagini (ferrotipi, dagherrotipi, lastre al collodio e negativi) che il nostro amico di Roma, grande appassionato di storia della fotografia, Domenico Nardozza, ci propose con entusiasmo e che, nel corso del tempo, hanno suscitato vivo interesse soprattutto… tra gli emigranti! Sì, perché grazie a Internet, Domenico è stato contattato da più di un italiano di seconda o terza generazione che, oramai trapiantato in America o in Australia, chiedeva notizie sui soggetti immortalati nelle foto: “ma quello dovrebbe essere mio nonno!”, “io mi chiamo Rossi e quella è la zia di mia mamma!”, ecc.

L’instancabile Nardozza, coadiuvato dal gruppo fotografico di cui fa parte, questa volta pare abbia fatto centro di nuovo. Infatti, quest’oggi vi presentiamo 16 “nuove” immagini, rinvenute su lastre di vetro e processate con perizia da Domenico e compagni, che, lo dico con sincerità, mi hanno letteralmente lasciato senza parole, tanto per il loro contenuto, quanto più per l’incredibile valore storico di cui sono portatrici (si tratta di foto ultracentenarie, scattate negli anni della Grande Guerra).

Viviamo in tempi ove la memoria storica serpeggia tra l’evocazione del passato, la visualizzazione del presente, il vaneggiamento del futuro“, scrive Maria Luisa Fonte. L’epoca attuale ha visto un cambiamento radicale dei mezzi di interpretazione della realtà e di trasmissione della memoria e, come spesso abbiamo ricordato, è innegabile che l’indiscussa protagonista del XX secolo, in grado di influenzare modi di vita e di pensiero degli uomini, è stata, ed è tuttora, l’immagine. Dunque, non più la semplice testimonianza di una pagina scritta, ma la rappresentazione fedele della realtà “catturata” e immortalata dalla tecnica fotografica.

Ma non voglio dilungarmi oltre. Leggiamo (e soprattutto osserviamo) quello che Domenico Nardozza ci propone grazie al suo preziosissimo lavoro di “collezionista”.

 

Storia della Fotografia 2

di Domenico Nardozza

Lo scorrere della nostra vita è fatto di immagini, un fluire continuo di emozioni di sensazioni di pensieri positivi e negativi, tragici e felici. Le immagini che scandiscono la nostra vita sono infinite e fotogramma dopo fotogramma raccontano la nostra storia. Una fotografia può illustrare un momento e un gruppo di fotografie raccontano una storia. Ed è la curiosità verso le storie delle persone che mi attrae nella ricerca fotografica, l’anno scorso sono partito da un gruppo di pellicole negative a foglio singolo e da lastre fotografiche formato 9×12 acquistate al buio, senza sapere cosa contenessero le pellicole e avendo solo scarne informazioni sui soggetti ritratti sulle lastre di vetro. Una ricognizione d’insieme mi ha fatto intuire che appartenessero tutte alla stessa persona anche se erano immagini scattate in periodi differenti, presumibilmente prese nell’arco di circa un 2 o 3 anni e appartenenti sicuramente ad un blocco più sostanzioso vista la diversità dei supporti e le immagini raffiguranti luoghi diversi.

Con alcuni colleghi del gruppo fotografico di cui faccio parte, “Il Grottino Fotografico” dell’associazione culturale Controluce di Montecompatri (RM), Vinicio Tullio e Claudio Poggi, abbiamo fotografato i negativi posti su un tavolo retroilluminato e abbiamo lavorato i file ottenuti portando le immagini in positivo e migliorando la resa delle stesse.

Abbiamo ottenuto una serie di immagini digitali rappresentanti scene familiari, gruppi di ufficiali in aeroporti diversi e scene militari nel teatro operativo nord africano.

Da qui ho iniziato “l’indagine”, un lavoro fatto a tavolino segnando tutti gli elementi certi su cui poggiare la tesi e gli elementi meno certi o ipotetici, ma che incrociati ed uniti potevano portare verso uno sbocco. Per farla breve ho suddiviso le immagini per ambiente cercando poi di individuare il periodo nel quale sono state scattate le fotografie e nel contempo ho iniziato a studiarle una ad una cercando la chiave di unione che collegasse tutte le immagini, chiave poi trovata in un soggetto comune a molte immagini, un ufficiale dell’esercito, che appariva frequentemente nei luoghi diversi. Identificato il trait d’union delle fotografie bisognava dargli un nome e mi sono quindi concentrato sui particolari dei soggetti ritratti foto per foto, come se ognuna fosse un mondo a se, ho iniziato ad analizzare le uniformi, i numeri dei reparti militari, i luoghi delle fotografie, ove ovviamente era possibile; in pratica mi sono soffermato su ogni particolare che potesse descrivere un qualcosa di preciso, che definisse un luogo, una traccia certa.

Non sempre è possibile riuscire a darsi delle risposte, perché il tutto dipende dagli elementi a disposizione nell’ambito della fotografia, è importante quindi, analizzare minuziosamente ogni scritta, ogni numero, non tralasciare nessun segno ma ci vuole anche un po’ di fortuna! Quella non deve mai mancare! Il bandolo della matassa sono riuscito a trovarlo scritto sulla coda di un Bleriot XI, ingrandendo la fotografia la scritta appariva chiarissima e riportava il grado ed il cognome del pilota: “Ten. Salomone”; ciò mi ha indirizzato verso l’identificazione dei personaggi di questa storia e da qui gli eventi si sono dipanati in maniera più precisa.

Le immagini illustrano la storia di un periodo della vita di Edoardo Carignani di Valloria ufficiale di cavalleria che come tanti giovani di allora (siamo nel 1912) guardava all’inizio del secolo con gli occhi di un romantico sognatore che si nutriva di tutto ciò che la tecnologia iniziava a sviluppare in questo periodo e che cercava di fermare i suoi momenti e quelli delle persone intorno a lui con la macchina fotografica… curiosa la fotografia che lo ritrae alla manifestazione aerea di Torino Mirafiori nel 1911 con un gruppo di aviatori francesi con la borsa della macchina fotografica ed il cavalletto in mano (foto n. 3).

Ufficiale del 2° Reggimento Piemonte Reale Cavalleria Edoardo, figlio della piccola nobiltà piemontese si avvicina al mondo della nascente aviazione che negli anni iniziali del 1900 muoveva i primi passi. Dopo aver conseguito il brevetto di volo nel 1912 e la successiva sperimentazione su Bleriot XI, che lo porta in giro per l’italia tra Centocelle (Roma) e Mirafiori, Edoardo viene inviato il Libia nel marzo 1913 subito dopo la guerra di italo Turca. Per far fronte alle incursioni dei ribelli libici viene istituita a Tobruk, oltre alle già presenti squadriglie di Tripoli e Bengasi, una squadriglia di 3 Bleriot XI composta dal Capitano Augusto Gallina e dai Tenenti Oreste Salomone ed Edoardo Carignani di Valloria (sono insieme su un immagine che li ritrae seduti sulle scale di un baraccamento foto 15). Questo reparto rimarrà operativo in territorio libico fino all’agosto dello stesso anno. Durante questo periodo vediamo Edoardo documentare la sua vita nell’esperienza libica dove alterna all’attività del reparto di volo anche uscite terrestri nel deserto libico. Non ho trovato molte notizie su questo personaggio ma le immagini si raccontano negli sguardi e nelle azioni di Edoardo e nel suo modo di raccogliere i ricordi intorno a lui, viene fuori questa sua profonda voglia di allargare i propri orizzonti, la sua propensione a guardare al futuro del secolo che è appena iniziato con positivismo e serenità annullando quasi quell’aria di guerra che si respirava all’epoca sia con l’avventura coloniale appena terminata sia con la preparazione alla Grande Guerra. Siamo nel momento in cui il fermento letterario in Italia è forte così come è forte la spinta all’azione verso la guerra e verso ogni un rinnovamento.

Finito il periodo libico Edoardo rientra a Torino nell’agosto 1913 e i 3 della Squadriglia di Tobruk si separano, ognuno viene assegnato ai raparti di volo che si stanno creando in quel periodo di preludio alla guerra. Guerra che vedrà Edoardo Carignani di Valloria e Augusto Gallina sopravvivere mentre Oreste Salomone, già distintosi in Libia, cadrà durante il rientro da una missione di bombardamento la notte tra il 2 e il 3 febbraio 1918.

La fotografia quindi, non è solo scattare il fatidico CLICK ma è anche soffermarsi a pensare agli innumerevoli momenti che scandiscono la nostra vita, agli infiniti incroci che il destino ci riserva. La fotografia è raccontare storie comuni e meno, storie apparentemente insignificanti, storie sconosciute, dimenticate, ma che ci mostrano l’anima delle persone, i loro sogni a volte incompiuti, e quella fiamma della vita che brucia dentro ognuno di noi.

Non c’è passato e presente nell’illustrare l’emozione, in questo caso il tempo è solo una convenzione per questo ho scelto di rappresentare le fotografie ben contrastate, nitide il più possibile, senza quella tonalità seppia che allontana eccessivamente da noi l’immagine. Ho cercato di dare visibilità il più possibile a tutti i particolari per rendere l’immagine simile a quelle che scattiamo oggi, simile al fotogramma di un film, anche se la qualità degli obiettivi e delle macchine fotografiche di allora non è quella di oggi, noterete le sfocature ai bordi e un po’ di mosso ma queste imperfezioni fortunatamente non tolgono forza alle fotografie. Nel contempo però, ho scelto, paradossalmente, di mantenere nelle immagini il bordo dei fogli della pellicola e delle lastre per evidenziare il supporto antico di cento anni, l’unico ponte tra un passato ed un presente che diventano marginali nella rappresentazione interiore dell’immagine; con il tempo infatti cambiano gli oggetti e gli strumenti ma i sogni e le emozioni delle persone sono sempre le stesse.

 

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