Raccontare con le foto: le storie brevi

  • Raccontare con le foto: le storie brevi

di Antonio Lo Torto

Foto n.1 (Ferdinando Rondinelli)

Foto n.1 (Ferdinando Rondinelli)

Esistono molte ragioni per amare la fotografia e una di queste è la capacità che hanno le immagini di raccontare una storia.

Nel passato le persone si riunivano intorno al fuoco, nelle piazze o in altri luoghi per raccontare le loro storie e questi incontri hanno assunto un ruolo centrale nella formazione di culture e comunità.

In tempi recenti, alcuni lamentano che l’arte di raccontare si sia perduta a causa del progresso tecnologico. Probabilmente è vero: si è perso quel modo di raccontare, ma la tecnologia ci ha sicuramente regalato altri efficacissimi strumenti che ci consentono, in maniera differente, di fare ugualmente la stessa cosa. La fotografia digitale è certamente uno di questi. Infatti – e lo sappiamo benissimo tutti quanti – un’immagine ha la capacità di trasmettere emozioni, messaggi e stati d’animo più efficacemente di mille altri mezzi di comunicazione.

Naturalmente il dono di saper raccontare una storia non è una cosa che avviene per caso.

Le storie brevi

Di storie ne esistono di tutte le forme e dimensioni. Alcune possono essere lunghe (pensiamo a Guerra e Pace), altre possono essere anche brevi, ma per questo non meno efficaci. Pensare fotograficamente queste storie brevi potrebbe essere un buon punto di partenza. La maggior parte delle immagini che accompagnano gli articoli sui giornali si inserisce proprio in questa categoria. Abbiamo trattato l’argomento in una sezione specifica.

I quotidiani non possono concedersi il lusso di dedicare pagine e pagine alle fotografie, pertanto quello che cercano è qualcosa di breve, ma estremamente efficace. Gli scatti pubblicati devono per forza avere quel qualcosa che catturi l’attenzione dei lettori: un punto di contatto visivo che riesca a portare lo spettatore dentro la foto stessa.

Molto spesso si tratta di scatti che lasciano lo spettatore con il desiderio di sapere “come va a finire”. Oppure con la perplessità tipica di chi si sta chiedendo: ma cosa sto guardando? Non perché non sia in grado di capire, s’intenda, ma perché è sempre bello intrigare le persone e lasciarle immaginare quello che succede dietro ad una fotografia. Le storie narrate per immagini singole possono essere altrettanto potenti di un intero libro fotografico e tutto ciò proprio a causa di quello che non includono nella ripresa.

Foto n.2 (Giuseppe Baglini)

Foto n.2 (Giuseppe Baglini)

E’ importante considerare che, molte volte, raccontando una storia attraverso una singola immagine, potrebbe risultare particolarmente utile comprendere più di un soggetto nello stesso fotogramma. Perché? Semplicemente perché due o più soggetti nella stessa inquadratura implicano una relazione: nella sua testa l’osservatore immaginerà un qualche tipo di nesso tra i due. Che, poi, quest’ultimo sussista o meno non è importante, ma è fondamentale per dare corpo alla vostra struttura narrativa. Questo è un discorso che merita qualche considerazione in più.

Il cosiddetto “secondo soggetto”, infatti, potrebbe benissimo essere sottinteso o , al limite, anche qualcosa d’inanimato. Mi spiego: osservate le foto n.1 e n.2, scattate dai nostri amici Nando Rondinelli e Beppe Baglini. Nella prima immagine si vede un uomo davanti a un calvario spoglio. Non sappiamo che cosa stia veramente facendo, ma la postura potrebbe farci pensare a qualcuno che prega. Il secondo soggetto non è presente nell’inquadratura, ma l’atteggiamento dell’uomo ci fa andare oltre: sta pregando? Allora parla con Dio…

Nella foto del Baglini abbiamo una donna che guarda un ritratto di qualcuno che non c’è più: si tratta di suo padre scomparso durante la guerra? Un fratello maggiore? Qualcuno che conosceva, oppure sta solo osservando qualcosa che vuole acquistare in una bancarella di un rigattiere…?

Mille domande, mille risposte possibili. In entrambe le immagini non è comunque presente “qualcuno in carne ed ossa”, ma è come se lo fosse. Quindi, anche se può sembrare paradossale, non lasciare tracce di una seconda persona nella nostra ripresa può aggiungere moltissimo alla storia che volete raccontare: una persona sola a un tavolino di un bar con due tazze di caffè davanti; qualcuno che discute animatamente con qualcun altro che… non c’è. Elementi invisibili, impalpabili, eppure quanto mai reali.

Foto n.3 (My dreamlike world)

Foto n.3 (My dreamlike world)

Pensate, infine, all’importanza che un determinato contesto può dare a quello che vogliamo descrivere. Non voglio proporre i soliti cliché, ma mi piacerebbe farvi riflettere: cosa sta succedendo intorno al nostro soggetto? Cosa c’è sullo sfondo? Cosa ci raccontano gli altri elementi dell’immagine in merito al nostro soggetto principale?

Guardate la foto n.3, postata sulla nostra pagina Facebook da My dreamlike world, e osservatela con attenzione. Oltre ad essere un’immagine decisamente pregevole – molto ben composta dal punto di vista geometrico – sfrutta molto bene il contesto in cui è stata scattata per descrivere quanto l’Autore vuole comunicare. Personalmente la trovo molto attraente.

Sì, lo so. Raccontare con la macchina fotografica non è una cosa facilissima. Soprattutto, poi, quando il nostro compito è quello di narrare un’intera vicenda in un singolo fotogramma, ma possiamo sempre provarci, no?!

Nella prossima “puntata” vedremo come affrontare storie un po’ più complesse la cui articolazione narrativa necessita di immagini multiple. Dei piccoli reportages, insomma. A presto.

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