Portfolio: “Il tempo non cancella” di Pierangelo Sparello

di Antonio Lo Torto

Diversi anni fa mi capitò di ammirare una stupefacente serie d’immagini realizzate da un ragazzo di una scuola di fotografia milanese. Costituivano una sorta di “esame finale” che lo studente doveva sostenere a conclusione dei due anni di corso. Oggi quella scuola non esiste più e quel ragazzo (oggi un uomo) chissà che fine avrà fatto… non ricordo neppure il suo nome. Invece ricordo benissimo le sue immagini.

Sebbene il “decalogo etico del buon fotografo” sconsigli vivamente di ritrarre i soggetti in sofferenza, spesso e volentieri risulta necessario farlo. Soprattutto quando è d’obbligo documentare una realtà di cui vogliamo far partecipe il pubblico (i fotografi di reportage lo sanno bene). La serie di foto, infatti, altro non era che una decina di primi piani scattati ad altrettanti soggetti affetti da turbe psichiche, affidati alle “cure” del Sistema Sanitario Nazionale dopo l’entrata in vigore della Legge Basaglia. Davvero un’esperienza scioccante. Comunque inevitabile, ma necessaria.

Le foto del presente portfolio, realizzato dall’amico di clubfotografia.com Pierangelo Sparello, hanno fatto riaffiorare il ricordo di quell’esperienza. In più di un’occasione ho fatto notare l’importanza di quel famoso secondo soggetto sottinteso all’interno di una narrazione fotografica. Ecco, le immagini dello Sparello sono l’esempio migliore che si possa portare: l’ospedale è chiuso da anni, ormai. I malati non ci sono più, ma è come se fossero presenti…

Una breve notazione di carattere tecnico. Tutti sanno che il sottoscritto è un grande fan dell’HDRI. Le foto di Pierangelo, pertanto, mi piacciono molto. Ma in giro circolano soggetti “brutti e cattivi” come, ad esempio il nostro Nando Rondinelli (!) a cui l’HDRI non sconfiffera proprio tanto… Apprezziamone perciò la buona volontà e ringraziamo il nostro toscanaccio di averci segnalato ugualmente questo lavoro.

A Pierangelo dico solo una cosa: vacci piano con questa tecnica e impara a padroneggiarla come si deve e, soprattutto, con la dovuta cautela. A esagerare siamo capaci tutti….

Vi lascio con le parole dell’autore a commento del suo portfolio.

A presto, ALT

Il Tempo non cancella 

di Pierangelo Sparello

Nell’Ottocento Villa Pusterla-Crivelli divenne famosa per essere stata la residenza di Napoleone durante la campagna d’Italia, e un secolo più tardi fu convertita in ospedale psichiatrico, il Giuseppe Antonini, meglio conosciuto come il “colosso dei manicomi italiani”.

Quando andai la prima volta a Mombello, circa tre anni fa, rimasi subito colpito da questa struttura ormai per la maggior parte dismessa; solo pochi padiglioni sono ancora operativi: un istituto agrario e gli uffici dell’Asl locale.

Entrando negli edifici, che un tempo hanno ospitato fino a tremila pazienti, si respira subito un senso di tristezza e, allo stesso tempo, di rabbia. Sembra che i muri siano intrisi delle urla e del dolore delle “povere anime” che vagavano a testa bassa tra i corridoi – di via di uscita che, ahimé, non avrebbero mai trovato. Solo un piccolo giardino nel mezzo di ogni edificio fa sembrare più umana una struttura di cemento con stanze chiuse da porte con un piccolo spioncino in vetro, arredate di soli letti e un comodino per ogni paziente. Camminando per i corridoi ci si può trovare a dover scansare letti, materassi, armadietti e carrozzelle che un tempo venivano utilizzati per i malati. Ma quel che più fa impressione è la visione di lastre radiografiche, ricette, schede personali dei degenti, registri dove venivano annotati i medicinali utilizzati per ogni paziente, sacchi pieni di bobine cinematografiche abbandonate a terra. Tutto come se fosse stato abbandonato di fretta dopo l’entrata in vigore – nel 1978– della legge Basaglia, che imponeva la chiusura dei manicomi dove i pazienti, di norma, venivano curati con elettroshock e medicinali invasivi. Non si può far altro che immaginare quanto sia stato inumano questo posto.

Le mie immagini documentano in parte quello che si può trovare entrando in questi edifici. Ho voluto catturare “per sempre” quello che i miei occhi hanno visto e che la mia anima ha sentito e provato in quei momenti. Cammini e ti senti come se fossi anche tu un’ombra senza nome, un corpo senza nessuna ragione di esistere, se non quella di sperare che un giorno qualcuno ti venga a prendere per portarti via, perché tutti gli uomini, anche se ammalati, hanno diritto di vivere dignitosamente. Per non dimenticare…

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