Portfolio: il “Surrealismo digitale” di Marco Di Domenico

di Antonio Lo Torto

Ci sono cose difficili da raccontare per chiunque, scrittore, pittore, fotografo. Ci sono parole, gesti e immagini troppe volte ripetute, “bruciate” da milioni di pagine, video, film che non sono più capaci di trasmettere emozioni. Anzi, l’aspetto rituale suggerisce spesso l’idea del déjà-vu, della noia. E la fuga dal banale diventa obbligatoria.

Tempo fa abbiamo ammirato in sequenza i lavori di Chiara Gini, prima, e Mario Bocci subito dopo: agli antipodi dal punto di vista tecnico e, soprattutto, anagrafico (lei, Chiara, è una ragazza di vent’anni che scatta scene di ottima valenza filmica, sfruttando come modelle amiche e conoscenti. Lui, Mario, è un signore di ottantacinque anni che ha trascorso metà della sua vita in camera oscura, tra collages e fotomontaggi). Entrambi, però, capaci di concretizzare quella fuga dal banale, di cui stiamo dicendo, in modo unico e personalissimo. Le fotografie di Mario Di Domenico che vi presentiamo oggi si collocano esattamente nel mezzo (sempre tecnicamente e anagraficamente parlando!).

Come sostiene Ruskin, “in genere l’uomo vede assai poco di ciò che ha davanti agli occhi […]. Se si esclude il caso in cui una persona impegna le sue facoltà mentali a cogliere le impressioni derivate dalla vista, normalmente gli oggetti ci passano continuamente davanti senza suscitare nel cervello alcuna impressione e rimangono, di fatto, invisibili; non ‘trascurati’, ma invisibili nel senso più pieno del termine” (Pittori Moderni, ed. Einaudi). Di Domenico compie una sua interpretazione del mondo, insinuandosi sotto il superficiale, attraverso una post-produzione digitale “creativa” delle immagini: le contrapposizioni emergono con vigore, le nostre riflessioni affiorano di conseguenza.

Il suo lavoro può piacere o non piacere, ovviamente. Dice, infatti, Marco che spesso qualcuno si infastidisce o propone correzioni nel veder  “la luna appiccicata qua e là”, …due o più soli…, … ombre non coincidenti…; “…ma sono ancora fotografie? la risposta non ce l’ha,… ma “al diavolo le imperfezioni”. E siamo d’accordo. D’altronde l’arte non è solo quello che possono dirne le scienze umane, o le persone. Così come una cosa non è la somma del suo peso, del suo odore, del suo colore, ecc., ma è in primo luogo lì come cosa e, soltanto in seguito, ne estraniamo le varie e differenti qualità che la compongono. Perciò l’arte non è spiegabile con ciò che le è esteriore.

Detto inter nos, abbiamo apprezzato il lavoro della Gini per il metodo, quello del Bocci per la tecnica e questo di Marco Di Domenico per i risultati ottenuti… ma era ovvio. Prima di lasciarvi alle immagini di Shot’n’Show (lo pseudonimo con cui ama farsi chiamare questo “bambinone” della fotografia… comunque ne apprezziamo grandemente l’entusiasmo!) vorrei concludere citando Philippe Dubois: “La fotografia attesta l’esistenza di quello che ci fa vedere. Ma ciò non implica allo stesso modo che essa significhi. E bisogna stare attenti a non prendere l’affermazione di esistenza che è ogni fotografia per una esplicitazione di senso”.

Marco Di Domenico è nato a Roma nel 1959 e s’interessa alla fotografia da molto tempo. Da quattordici anni vive e lavora in provincia di Isernia.  Dice che dal dicembre 2011 si ritrova un irrefrenabile desiderio di vedere nella scena ripresa un qualcosa di imprevedibile e incomprensibile, ma che la sua mente elabora come piacevole, strano, divertente, inquietante. Il surrealismo di Magritte è la sua fonte d’ispirazione principale.

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