L’Atlante della Bellezza di Mihaela Noroc

di Elisabetta Spinelli

Una ragazza della popolazione amazzonica dei Kichwa, in Ecuador, in abiti da sposa (courtesy of Focus.it)

Una ragazza della popolazione amazzonica dei Kichwa, in Ecuador, in abiti da sposa (courtesy of Focus.it)

Una storia nella storia quella di Mihaela Noroc, una fotografa originaria della Romania, che un giorno ha deciso di “lasciare il suo noioso lavoro” per girare il mondo. Ha preso con sé lo zaino e una macchina fotografica. In testa un unico obiettivo: rintracciare la bellezza, immortalarla nella sua autenticità e nelle diverse forme in cui si presenta, custodirla per sempre in uno scatto.

Per realizzare il suo intento Mihaela ha deciso che il soggetto più esplicativo del concetto di bellezza non poteva che essere la donna. E così dalla foresta amazzonica al Tibet, da New York ai più grandi templi buddisti del Myanmar, da Oxford ai sobborghi di Sydney, dalle favelas brasiliane alle moschee iraniane. Ovunque un volto così bello, sincero, immerso nella propria cultura e tradizione da dover essere conservato in uno scatto.

Andare a cercare la bellezza in ogni angolo del mondo, lontano dalle immagini stereotipate e ormai piuttosto uniformi dei canoni che spesso ci vengono imposti.

Una giovane donna di Medellin, Colombia (courtesy of Focus.it)

Una giovane donna di Medellin, Colombia (courtesy of Focus.it)

Ho girato il mondo ritraendo le donne nel proprio contesto. In questa società in cui tutto sembra ormai omologato e globalizzato, voglio che il mio Atlante della Bellezza testimoni come la ricchezza di ognuno sta nella sua diversità. Per questo le donne che ho ritratto sono bellissime perché specchio della propria civiltà: perché la bellezza è un valore universale, non ha colore, non ha religione, non ha confini, non ha etnia“.

A novembre 2014 si è concluso il primo viaggio della fotografa attraverso più di 30 paesi in Europa, Asia, Oceania, nord, sud e centro America. A giugno 2015 è iniziata la seconda parte del viaggio, che coprirà altre 30 nazioni non ancora visitate.

Non è tanto una questione di moda, di abiti o acconciature. Piuttosto, è un modo di rimanere fedeli a se stessi e alle proprie peculiarità. Una volontà di non lasciarsi omologare, il saper valorizzare la propria ricchezza“. Una delle preoccupazioni della fotografa è che, fra 50 anni, le caratteristiche più importanti delle culture a cui apparteniamo possano essere andate perse, nel corso della globalizzazione dei canoni estetici.

E ha ragione…

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