Istogrammi, questi sconosciuti

di Antonio Lo Torto

Gli istogrammi che appaiono sul display delle fotocamere digitali sono, per molti fotografi, quanto di più misterioso possa esserci. Ma sono anche un utile strumento perché, padroneggiandone la lettura, è possibile correggere l’esposizione in maniera veloce e soprattutto efficace.

Fig.1: Istogramma semplificato (legenda)

Fig.1: Istogramma semplificato (legenda)

In generale, un istogramma è una rappresentazione grafica di una distribuzione in classi di un carattere continuo ed è costituito da rettangoli adiacenti le cui basi sono allineate sull’asse delle ascisse. L’adiacenza dei rettangoli rappresenta la continuità del carattere. La base di ogni rettangolo ha una lunghezza pari all’ampiezza della corrispondente classe; l’altezza invece è calcolata come densità di frequenza. L’area della superficie di ogni rettangolo coincide con la frequenza associata alla classe cui il rettangolo si riferisce. La somma delle aree dei rettangoli è uguale alla somma delle frequenze dei valori appartenenti alle varie classi…

Ok, riprendendo a parlare in italiano, possiamo dire che l’istogramma di un’immagine, per definizione, è un grafico in grado di rappresentare la distribuzione tonale di un’immagine digitale. In parole povere, indica quanti pixels di una determinata tonalità sono presenti nella foto che stiamo guardando. Chiunque osservi l’istogramma di un’immagine sarà capace di giudicare a prima vista l’intera distribuzione tonale. Spesso i fotografi se ne servono come supporto per visualizzare la distribuzione tonale catturata e, se viene perso un dettaglio dell’immagine, significa che la causa è imputabile all’eccesso di luminosità sulla scena o, viceversa, alle ombre esageratamente scure.

Per renderla ancora più semplice possiamo anche dire che in un istogramma vengono rappresentati i pixels esposti e, guardando la fig. 1, il concetto è ancora più chiaro: sul lato sinistro del grafico troviamo le “zone scure” dell’immagine – i neri e le ombre, corrispondenti a valori prossimi allo zero – mentre, sulla destra, le aree chiare – le alteluci e le parti sovraesposte, tendenti al valore massimo di 255, il bianco assoluto. In mezzo, tutte le tonalità corrispondenti al grigio medio 18%.

Quanto più alti saranno i picchi in una determinata parte del grafico, tanti più pixels sovra o sottoesposti saranno presenti nella nostra foto.

Che cosa possiamo imparare da questa lettura?

clubfotografia.com, scuola di fotografiaUn bel po’ di cosine, direi. Vediamole:

  1. innanzitutto possiamo asserire che un’immagine è esposta correttamente se la sua distribuzione tonale, rappresentata, appunto, dal nostro istogramma, ha una forma il più possibile omogenea, gaussiana, con una crescita regolare, una “cupola” centrale senza picchi, e una decrescita verso le alteluci altrettanto priva di brusche impennate (fig. 2);
  2. un’immagine NON è esposta correttamente se presenta, invece degli sbilanciamenti verso la parte sinistra o destra del grafico, rappresentati da picchi e/o accumuli di pixels nelle zone non centrali (fig. 3 e 4);
  3. sia chiaro, queste considerazioni, comunque, non implicano che un’immagina sia bella! Qui stiamo parlando di esposizione corretta e la regolarità nella forma di un’istogramma indica solo la conformità di una foto ai giusti parametri (tempo, diaframma e sensibilità)… non stiamo dando giudizi estetici.

Sappiamo bene quanto sia importante ottenere dei file che contengano il maggior numero d’informazioni digitali possibili e, come più volte abbiamo fatto presente nelle nostre chiacchierate, produrre immagini in formato RAW è la soluzione migliore per ottenere il massimo in questo senso. Ma non solo.

Fig. 5 (foto: A. Lo Torto)

Fig. 5 (foto: A. Lo Torto)

Se il nostro istogramma presenta dei “buchi” ad una delle sue estremità – come nelle fig. 3 e 4 – significa che abbiamo perso delle informazioni in qualche punto della gamma tonale (nelle alteluci, oppure nelle ombre)… possiamo fare qualcosa per evitarlo?

Tra i tanti benefici apportati dalla fotografia digitale c’è quello di poter visualizzare immediatamente il frutto dei nostri “sforzi” e, con l’innegabile aiuto ulteriore offertoci dai nostri amici istogrammi, possiamo renderci conto in tempo reale della necessità o meno di scattare nuovamente una determinata posa. Non è necessaria un’analisi approfondita del grafico in questione, basta davvero soltanto un colpo d’occhio: “se osservando la foto appena scattata si nota un grande divario a sinistra o a destra dell’istogramma, significa che si è persa una parte della potenziale gamma tonale o dinamica disponibile e quindi ci si comporterà di conseguenza variando otturatore, diaframma, sensibilità ISO”.

Per alcuni sovraesporre per compensare una zona buia è più facile che non il contrario, anche se, per quanto mi riguarda, io non ci trovo tutta sta grande differenza…

Comunque sia, in alcuni casi limite, potrebbe non essere possibile effettuare le correzioni del caso e, nello specifico, mi riferisco a quelle situazioni in cui il gap di luminosità e il contrasto risultano eccessivi persino per i modernissimi sensori delle attuali fotocamere (situazioni che, con i tempi tecnologici che corrono, diventano comunque sempre più rare…): i controluce mattutini o al tramonto sono gli esempi più classici (in fig. 5 abbiamo la dimostrazione: una fotografia d’interni con finestra sulla luce del mattino. Tanto “buio”, pochi mezzitoni e un picco di luce costituito dalla finestra).

Fig. 6 (foto di Darlene Hildebrandt. Courtesy of: digital-photography-school.com)

Fig. 6 (foto di Darlene Hildebrandt. Courtesy of: digital-photography-school.com)

La vita, lo sappiamo, è una questione di scelte e proprio in situazioni come queste, forse, sarebbe il caso di prenderne una: che facciamo? Manteniamo i dettagli senza “bruciare” le alteluci, ma realizzando una foto complessivamente buia, oppure no? Osservate la fig. 6. Un tipico esempio di foto “senza mezzi toni”… comunque non è male, dai. Questione di scelte.

Detto francamente, quando ci troviamo in situazioni come queste, dobbiamo considerare una cosa: siamo nel 2015 (quasi 2016) e la tecnologia ci offre tantissimo. Oggi, anche la sciura Maria è in grado di smanettare con Photoshop e programmi affini, per cui, è sicuramente meglio avere a che fare con una fotografia in grado di offrirci una quantità d’informazioni maggiore di un’altra per poi agire sulla stessa in fase di post-produzione…. è papale. Eh sì, è cambiato il mondo. E pensare che una volta era il contrario. Ma si tratta del secolo scorso, quando c’erano quelle cose che si chiamavano pellicole…

Istogrammi e Photoshop

Molti interventi classici di fotoritocco e manipolazione delle immagini sono strettamente correlati alla possibilità di visualizzare gli istogrammi. In fase di post-produzione, infatti, sono ottimi indicatori della qualità complessiva di un’immagine e consentono di valutare la profondità degli interventi da eseguire.

Le più comuni visualizzazioni degli istogrammi nel fotoritocco avvengono durante la regolazione dei livelli e delle curve.

clubfotografia.com, scuola di fotografiaGli istogrammi nella palette livelli (fig. 7) permettono di individuare il divario da colmare nelle alteluci o nelle ombre, per una regolazione precisa e selettiva del contrasto. Osservando l’istogramma della luminosità è possibile valutare il contrasto dell’immagine e decidere quanto “forzarlo” spostando le tre freccine alla sua base, riferite rispettivamente alle ombre, ai mezzi toni e alle luci. Così, ad esempio, spostando verso destra la freccina delle ombre (posta all’estrema sinistra dell’istogramma) è possibile aumentare i valori tonali più scuri mentre spostando verso sinistra la freccina delle luci (posta all’estrema destra dell’istogramma) è possibile intensificare le parti più luminose dell’immagine.

Gli istogrammi nella palette curve (fig. 8) assolvono alla medesima funzione di controllo e servono ad indicare le migliori regolazioni possibili dei livelli tonali e di luminosità. Quando si lavora sulle curve l’accuratezza è d’obbligo: ogni minimo spostamento influisce parecchio sulla foto… occhio! In generale, per valutare il contrasto di un immagine attraverso la lettura del suo istogramma si può fare riferimento alla dimensione dell’area dove maggiormente si concentrano i toni: un’immagine ha un buon contrasto quando quest’area è estesa in modo da comprendere più toni, dai più chiari ai più scuri. Naturalmente molto dipende dalla scena ripresa.

Gli istogrammi certamente aiutano l’ottimizzazione delle foto. Ma a tutto c’è un limite: manipolare profondamente le immagini (soprattutto jpeg o altri formati compressi), facendosi prendere la mano dalle regolazioni dei livelli, delle curve, della saturazione, ecc., potrebbe infatti generare istogrammi discontinui, con dei vuoti, delle seghettature e dei picchi.

Perciò, come sempre, non esagerate. A presto,

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