In un batter d’ala. Qualche dritta per fotografare gli uccelli nel loro habitat naturale.

Germano Reale (foto di Massimo Lombardi)

Un tempo lo stereotipo di fotografia naturalistica perfetta veniva associato ad un’immagine di  nitidezza assoluta, che ritraeva l’animale in posa statica, con la possibilità per l’osservatore di contare, uno per uno, le penne del piumaggio o i peli della criniera. Guai ad usare emulsioni (pellicole) che non fossero di bassa o bassissima sensibilità: in testa c’era la mitica Kodachrome 64, o addirittura la 25, fino all’arrivo della mia preferita, nel 1990, la Fujichrome Velvia 50, che sbaragliò tutta la concorrenza, attestandosi come la pellicola da foto naturalistica per eccellenza.

Nel frattempo, l’evoluzione tecnologica delle macchine reflex e le sempre migliori prestazioni dei sistemi autofocus e dei motori di trascinamento offrivano nuove possibilità, spostando gradatamente il gusto delle persone dalle immagini statiche a quelle dinamiche, dove l’animale risulta in movimento, fa qualcosa. Certo, le variabili erano tali e tante che anche un professionista, per arrivare alla famosa foto perfetta, era costretto a sprecare metri di pellicola; figuriamoci un dilettante, poi. Lo spazio per fare “esperimenti”, insomma, in questo campo era davvero molto limitato.

www.theredeer.it

Garzetta che spicca il volo dal ramo di un albero (ph.: A. Lo Torto, 1999)

Poi sono arrivate le reflex digitali e le cose sono cambiate. Inizialmente irraggiungibili (alla fine degli anni ’90, una Kodak DCS da 2 milioncini di pixels costava l’equivalente di 14 mila euro… assurdo! Ed era lenta come una lumaca!), tutti sappiamo che il loro rapporto qualità/prezzo è divenuto soddisfacente più rapidamente di quanto ci si potesse attendere. Oggi, queste fotocamere sono diventate praticamente alla portata di tutti, mutando radicalmente l’approccio alla fotografia – il mio modo di lavorare è profondamente cambiato nel corso di questi ultimi dieci anni e così, credo, anche quello della maggioranza dei fotografi.

Una delle conseguenze più evidenti di questa rivoluzione tecnologica è l’opportunità di tentare lo scatto anche in situazioni improvvise, dove la percentuale di scarto delle immagini è molto elevata: i costi virtualmente nulli di ogni singolo fotogramma invitano ad insistere con la raffica fino ai limiti delle possibilità dell’apparecchio. Oggi il mercato non si accontenta più dello scatto statico e già visto, per quanto perfetto possa essere. E’ necessario quel qualcosa in più che può essere legato alla situazione particolare, alla luce, all’atteggiamento del soggetto, ecc. E qui entra in campo l’esperienza, e non solo quella fotografica…

Ecco i miei consigli:

Martin Pescatore (foto di Arcangelo Manoni)

1) Dal punto di vista tecnico occorre, innanzitutto, essere tutt’uno con la propria attrezzatura: conoscere alla cieca il posizionamento dei comandi della propria fotocamera, in modo da poterli regolare a memoria e in modo quasi automatico. Se vogliamo davvero cogliere l’attimo, non possiamo distrarci e staccare continuamente l’occhio dal mirino per cercare la funzione che ci serve: sarebbe come se un pianista distogliesse lo sguardo dallo spartito per andare a caccia dei tasti da premere… ve lo immaginate? E lo stesso dicasi per i teleobiettivi, che ormai recano sul barilotto una moltitudine di interruttori per passare dalla messa a fuoco automatica a quella manuale, dalla stabilizzazione normale a quella per il panning e pulsanti per la memorizzazione della pre-focheggiatura e limitatori di distanza. Allenatevi: imparando a gestire tutti i comandi ad occhi chiusi, farete un grosso passo in avanti.

Accoppiamento di Martin Pescatori (foto di Arcangelo Manoni)

2) Liberi dalla sudditanza nei confronti dell’apparecchio, potrete poi concentrarvi completamente sui soggetti; qui entra in campo una certa preparazione naturalistica. Le immagini che accompagnano questo articolo sono state realizzate – coscientemente o meno – grazie al fatto che il fotografo ha scattato un istante prima che la scena accadesse. Altrimenti non sarebbe stato possibile “congelare” il movimento degli uccelli. Voi mi chiederete: “ma come si fa a scattare prima che l’azione abbia luogo, in modo da avere la foto giusta?”, vi rispondo subito. Gli animali non parlano, né ci possono avvisare di un loro imminente spostamento, ma ciò che il semplice intuito non ci assicura può derivarci dall’esperienza, da uno spirito di osservazione ben allenato e da un po’ di nozioni di etologia, ovvero la scienza che studia il comportamento animale. Infatti, è il linguaggio del corpo a parlare e, sapendolo interpretare nel modo giusto, molto spesso prevedere un’azione si trasforma in un gioco da ragazzi. Facciamo qualche esempio (mi sono documentato in proposito… non è tutta farina del mio sacco!): nel caso degli aironi il momento dell’involo è preceduto da segnali di nervosismo, che culminano con la flessione delle lunghe zampe prima che queste si distendano per spingere come molle l’uccello in aria. Se si scatta in questo preciso istante di preparazione al salto, il ritardo complessivo – dato dal nostro tempo di risposta fisiologico sommato a quello che intercorre tra la pressione del pulsante e il movimento dell’otturatore – ci porterà con ogni probabilità ad ottenere un’immagine dell’airone  disteso, in decollo e con le zampe molto vicine al punto d’involo. La foto avrà buone possibilità di riuscire perfetta. D’accordo, potranno subentrare mille altri fattori non controllabili (come le ali che coprono la testa dell’uccello o una posizione poco plastica), ma nessuno potrà obiettare che avete scattato in ritardo… si sarà trattato solo di sfortuna.

Un altro segnale che ci deve mettere in preallarme, sempre per quanto riguarda i volatili, è la defecazione (!). Infatti, è molto frequente che, prima di decollare, gli uccelli si “alleggeriscano” del superfluo. Anche se la cosa può apparirvi poco poetica, vi garantisco che funziona.

Gabbiano nutrito da mano (e forchetta!) umana (foto di Pino Donaggio)

3) Al di là dei decolli, vi sono altri momenti interessanti nella vita dei nostri amici pennuti: la difesa del territorio, la caccia o la riproduzione, ad esempio, generano situazioni decisamente scenografiche (vedi le foto di Arcangelo Manoni, il nostro amico e bravissimo macrofotografo versiliese). Nel caso degli uccelli acquatici, la disputa per una femmina provoca spesso furibonde lotte che, ovviamente, si arricchiscono di spettacolari spruzzi d’acqua da congelare con tempi di scatto rapidissimi, operando in modalità a priorità di diaframmi su valori prossimi alla massima apertura disponibile. I piccoli e combattivi cavalieri d’Italia, ad esempio, una volta fatto il nido, lo difendono con grande aggressività, arrivando ad attaccare specie ben più grandi di loro. I voracissimi gabbiani – come documentano le due belle immagini realizzate dall’amico di clubfotografia.com Pino Donaggio – pur di addentare un boccone, non si curano neppure del potenziale pericolo rappresentato dall’uomo (non in questo caso, però…). E così via.

Germano Reale. Notate come la velocità utilizzata crei quel curioso effetto d’acqua intorno alla testa dell’anatra… carino. (foto di Massimo Lombardi)

4) In altre situazioni è possibile realizzare dei buoni scatti anche durante le operazioni di “manutenzione” del piumaggio: gli uccelli sono macchine da volo eccezionali e, proprio come qualsiasi altro velivolo, necessitano di grandi attenzioni. Nel corso della giornata, il tempo dedicato alla cura delle piume può essere anche di ore: bagni d’acqua o di polvere e penne meticolosamente lisciate col becco, a una a una, possono costituire spunti di ripresa interessanti. In ogni caso, quella che conta è una buona dose di pazienza. L’attesa verrà sicuramente ripagata con foto vincenti che valgono veramente la pena: anche in questi casi, con un po’ di esercizio e di spirito di osservazione, si può arrivare a prevedere con una frazione di secondo di anticipo l’attimo fuggente, e il gioco è fatto.

Naturalmente, pur con regole un po’ diverse, buona parte di quanto detto per i pennuti vale anche per immortalare i mammiferi nel loro habitat naturale. Di questo, magari, parleremo in un’altra occasione.

A presto, ALT

Ringraziamo Arcangelo Manoni, Massimo Lombardi e Pino Donaggio, amici di clubfotografia.com, che con le loro belle foto hanno contribuito ad illustrare questo articolo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Connect with Facebook