Il ritratto in studio: illuminiamo lo sfondo con il “bianco luce”

This entry is part 2 of 5 in the series Fotografare le persone

Quanta luce serve se vogliamo realizzare un ritratto con una sola sorgente d’illuminazione?” è una domanda lecita, direi, che dipende ovviamente dalla possibilità d’impostare o meno dei tempi di otturazione piuttosto lunghi.

grana pellicola, dagherrotipo

Granuli di alogenuro d'argento visti al microscopio, ph.: Ross Messing, Xiaoqing Tang, Paul Ardis (courtesy of wired.com)

Come ormai tutti sappiamo, questa possibilità è funzione diretta della velocità ISO che selezioniamo sulla nostra fotocamera: a una velocità elevata corrispondono tempi di scatto inferiori ma, ahimè, un “disturbo digitale” magiore (oltre che ad una dimensione del file finale superiore, infatti un’impostazione ISO maggiore riduce l’efficacia della compressione dell’immagine). Nel vecchio mondo della fotografia tradizionale, l’alta sensibilità di un’emulsione (la pellicola) si otteneva aumentando le dimensioni dei suoi granuli di alogenuro d’argento pertanto, quanto più una pellicola era sensibile, tanto più le stampe  che se ne ricavavano (o le dia) risultavano costituite da grossi “grani” poligonali maggiormente visibili ad occhio nudo all’aumentare del fattore di ingrandimento: il cosiddetto “effetto grana“, appunto. Ironia della sorte (alle volte il destino è proprio beffardo, perfino quello “tecnologico”), la fotografia digitale soffre di un “disturbo” molto simile, il rumore. Si evidenzia come una sorta di puntinatura diffusa sull’immagine – che può essere monocromatica (luminance noise), o colorata (chroma noise) – ed è principalmente visibile nelle aree più uniformi (come un cielo, o un prato all’inglese), o particolarmente scure e con poco dettaglio. Avete presente un canale televisivo mal sintonizzato?! Ecco, si tratta di qualcosa del genere… Comunqe sia, questo è un altro discorso. Ora stiamo parlando dell’illuminazione nel ritratto. Riprenderemo sicuramente quest’argomento in futuro.

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foto n.1: Luce frontale sul soggetto; fondo non illuminato. ph.: A. Lo Torto - '07

Dunque, illuminando “da lontano” con una sola sorgente di luce (e al massimo con un pannello di schiarita come luce ausiliaria), è necessario impostare un’apertura di diaframma dell’ordine di f/8. Perché? Perché con diaframmi più aperti (f/5.6, f/4, ecc.) si rischiano sfocature indesiderate, mentre con diaframmi più chiusi (f/11, f/16, ecc.) non si hanno vantaggi percepibili e ci serve molta più luce (!).

La posizione ideale per il soggetto è di circa 2 metri dal fondo, in modo che “si stacchi e che viva per sé stesso e basta”. Una luce frontale che colpisce una modella e non riesce ad arrivare sul fondale, disegna forme e colori di grande impatto e vitalità. In questo modo è possibile costruire un ritratto basandosi sulla separazione tra gli alti toni del soggetto e quelli bassi dello sfondo (vedi foto n.1).

In queste condizioni di illuminazione, il fondo bianco diventa propriamente tale soltanto se riceve luce propria. Come fare?

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foto n.2: Sfondo bianco sottoesposto per questo ritratto dello stilista Kukso Koo - ph.: A. Lo Torto, 2010

La sovraesposizione controllata del fondale si chiama in gergo fotografico bianco luce e si ottiene illuminando il fondo con una quantità di luce che sia almeno due stop in più del soggetto in primo piano. Nello schema qui sotto abbiamo illustrato la disposizione dei punti luce realizzati con 3 softbox (2, di dimensioni medie, puntati verso lo sfondo e uno più grande a 45° sul soggetto); in ogni caso l’utilizzo dei softbox non è per niente vincolante, infatti possono benissimo essere sostituiti da altri dispositivi riflettenti a luce morbida, come ombrelli, parabole di grandi dimensioni, bank, ecc. Dopo aver posizionato la sorgente di luce principale (A) sul soggetto – che abbiamo detto nell’ordine di un’intensità da diaframma a f/8 – si illumina il fondale da due punti a 45° (B e C). In linea di massima, verso quest’ultimo è possibile utilizzare anche riflettori di luce diretta, a patto che questa risulti uniforme in tutta l’area inquadrata (non vogliamo creare degli spot di luce alle spalle della modella!).  A questo punto, con un esposimetro a luce incidente si regola l’intensità luminosa sul fondale fino a due diaframmi in più rispetto rispetto al primo piano: perciò f/16, che ci dà la giusta sovraesposizione quando si scatta con diaframma a f/8.

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schema: Luce a 45° sul soggetto e sfondo in "bianco luce"

foto n.3: bianco luce? Quasi!, ph.: A. Lo Torto, 2006

ATTENZIONE: non esagerate nel sovraesporre il fondale! Infatti, illuminando troppo lo sfondo si rischiano sgradevoli ritorni di luce sia verso il soggetto (tanto da renderlo “evanescente”, a volte) che verso l’obiettivo, il quale potrebbe “reagire male”… La modella della foto n.3 è stata ripresa in figura intera proprio usando questo schema. A rigor di logica, forse, avrei dovuto illuminare un po’ di più lo sfondo proprio per evitare quella leggera ombra (che comunque non mi dispiace…).

Per concludere, ricordate che con questo genere d’illuminazione, condizioni tecniche a parte, ciò che conta è la semplicità dei toni e delle forme. L’accattivante spontaneità degli sguardi dovrebbe perciò essere la nostra priorità.

A presto, ALT

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2 Responses to Il ritratto in studio: illuminiamo lo sfondo con il “bianco luce”

  1. Pingback: Ritratto in studio sfondo bianco | Fotosservando

  2. Qualcuno ha fatto riferimento a questo vostro articolo in un forum inglese-italiano qui:

    http://forum.wordreference.com/threads/blow-it-out.3193056/

    Potrebbe guardare la discussione e magari contribuire?

    Grazie,

    Phil.

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