Il Polarizzatore, questo sconosciuto

This entry is part 2 of 6 in the series Tecniche di ripresa

Interrompiamo per un attimo la serie dedicata alle foto sulla neve per parlare di un argomento piuttosto “scottante”, sul quale alcuni amici di clubfotografia.com hanno dimostrato di avere le idee un po’ confuse: il filtro polarizzatore.

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Evidenti effetti dell’uso del filtro polarizzatore sulla saturazione cromatica delle immagini; ph.: A. Lo Torto – NYC, 2011

Tra i filtri fotografici, il polarizzatore è sicuramente quello più “impegnativo”. Tecnicamente è il più complesso: infatti è costruito con almeno due lastrine polarizzanti, le quali vengono normalmente sistemate all’interno di una montatura girevole che consente di variarne l’orientamento reciproco. Ruotando il filtro, diviene così possibile scegliere il piano di polarizzazione della luce che investirà il nostro sensore/pellicola. Proprio per questa sua “complessità” meccanica, il polarizzazotre (che compare sui cataloghi di molti fabbricanti di lenti, a volte persino in particolari “edizioni speciali”) ha un costo sensibilmente maggiore rispetto ai filtri tradizionali, tanto da arrivare ad essere anche piuttosto caro nelle sue versioni di grande diametro (si parla di oltre 100 euro per un 72mm delle marche top: Hoya e B+W).

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Polarizzatore circolare Hoya (cortesia di canonclub.it)

Parecchi decenni or sono, al suo primo apparire, il polarizzatore veniva raccomandato come filtro in grado di spegnere i riflessi indesiderati. Pertanto veniva proposto essenzialmente come accessorio per fotografare, ad esempio, attraverso le vetrine dei negozi (annullando i riflessi sul cristallo), oppure per ritrarre i pesci rossi nella fontana dei giardinetti (eliminando la presenza delle nuvole che si specchiavano sul pelo dell’acqua), ecc. Tutte situazioni valide, ovviamente, ancora oggi e legate alla pura riflessione della luce, ma scelte pensando soprattutto a riprese su pellicola b/n. In un secondo tempo, con l’avvento delle emulsioni a colori, il ruolo del filtro ha potuto espandersi e mutare: studiandone l’effetto sul colore, ci si è accorti che il polarizzatore manifestava un’interessantissima proprietà fisica e cioè la capacità d’intervenire sulla saturazione cromatica.

Che cos’è la luce polarizzata?

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Storie di fotografi e polarizzatori: una Siena all’alba del nuovo millennio – A. Lo Torto, 1 gennaio 2000 (Fujichrome Velvia)

Quando la luce colpisce una superficie può “reagire” in vari modi: può attraversarla (come nel caso di una lente); può essere assorbita (da un panno nero, ad esempio); oppure può rifletttersi, venendo “rimbalzata” dalla superficie stessa come nel caso di uno specchio[1].

La luce si riflette con modalità differenti (e spesso simultanee):

  1. diffusione: se la luce colpisce un oggetto chiaro opaco, come un tessuto di lana bianco ad esempio, si rifletterà sull’intera superficie di quest’ultimo e nell’immagine finale essa apparirà come un riflesso diffuso. Indipendentemente dal tipo di luce (dura o morbida), la diffusione risulterà uniforme proprio in funzione della superficie del soggetto, tanto che qualcuno potrebbe addirittura dire che l’immagine non contiene riflessi… ma ciò non è vero, ovviamente (altrimenti il nostro soggetto non sarebbe visibile!)
  2. riflessione speculare: la luce investe una superficie talmente riflettente che non riesce a produrre delle significative diffusioni dei raggi luminosi nelle varie direzioni. Al contrario, la maggior parte della luce colpisce il soggetto con lo stesso angolo con cui si riflette da esso e, pertanto, rimane concentrata senza disperdersi (diffondersi). Per percepire la riflessione speculare di una sorgente luminosa bisogna trovarsi sullo stesso angolo di riflessione: ecco perché i riflessi di certe superfici metalliche possono essere eliminati semplicemente spostando un po’ la testa[2]… In questa situazione, la perdita di intensità luminosa è quasi nulla, pertanto viene anche definita riflessione diretta.
  3. riflesso abbagliante: è una variante della riflessione speculare, ma con una importante differenza. In questo caso infatti la luce dovuta alla riflessione abbagliante viene polarizzata e non è quindi intensa come la sorgente luminosa da cui proviene, ma è ad un livello energetico inferiore. Di fatto appare ai nostri occhi come una riflessione speculare, ma grazie al filtro polarizzatore riusciamo a ridurne gli effetti (cosa che non avverebbe se la riflessione fosse esclusivamente speculare). Perché?

La luce è composta da onde che normalmente vibrano in ogni direzione. Nella luce polarizzata, invece, le onde vibrano tutte nella stessa direzione. Come abbiamo appena detto, colpendo una superficie, i raggi luminosi vibrano in ogni direzione, ma nel caso di riflessione diffusa o speculare queste vibrazioni rimangono sostanzialmente “intatte”, mentre nel caso del riflesso abbagliante la luce che investe determinati materiali come il vetro, l’acqua, le foglie bagnate, il legno levigato, la plastica (ma non il metallo!), perde gran parte delle sue vibrazioni direzionali e quelle che “sopravvivono” tendono ad orientarsi lungo una generale direzione polare (verticale). E’ l’angolo fra la sorgente luminosa e la superficie riflettente che determina “quante vibrazioni andranno prerse” (gli angoli compresi fra 30° e 35° producono la polarizzazione massima). Quando questi raggi vibranti in verticale arrivano nella nostra direzione sono molto luminosi e oscurano i raggi diffusi circostanti (non sarete in grado di vedere un quadro dietro al vetro); ciò che sarà visibile ai nostri occhi sarà soltanto lo scintillio della luce polarizzata verticalmente.

Cosa fa il polarizzatore?

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Ruotato dell’angolo giusto, il polarizzatore assorbe la luce polarizzata che si trova ad angolazioni diverse dalla sua, mentre fa passare quella alla sua stessa angolazione. Risultato: parziale o totale rimozione dei riflessi da superfici, umidità e pulviscolo atmosferico.

Il polarizzatore può essere considerato come una specie di schermo che, a seconda di quanto viene ruotato, consete alla luce di passare, oppure no. Le sue lenti sono costituite da una serie di cristalli, disposti gli uni accanto agli altri, che sono in grado di bloccare la luce polarizzata (le “vibrazioni luminose verticali”) che è sì soltanto una piccola parte della luce totale diffusa, ma ad angoli compresi fra 30° e 35° costituisce praticamente tutto il riflesso abbagliante[3].

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L’efficacia del polarizzatore nel suo “tradizionale” ruolo di riduzione dei riflessi in una vetrata (cortesia Archivio Kenko). La ragazza “polarizzata” sembra anche più contenta…

Il concetto è praticamente analogo a quello della filtrazione sottrattiva, in cui si usano i filtri cromatici per modificare la proporzione dei colori della luce, ma in questo caso il meccanismo è diverso e lo scopo è quello di bloccare il riflesso abbagliante, anzichè solo una lunghezza d’onda in particolare. Ecco perché i polarizzatori sono in grado di saturare i colori; tutti i colori. Se, ad esempio, riescono ad eliminare l’abbagliamento prodotto dal riflesso della luce sulle foglie bagnate consentono, di conseguenza, di percepire distintamente i colori del terreno circostante. Sia chiaro: i filtri polarizzatori non aumentano l’intensità cromatica dei toni, semplicemente eliminano il disturbo prodotto dai riflessi! Questo spiega anche perché possono rimuovere le riflessioni luminose tipiche delle ampie superfici vetrate…

Il polarizzatore e la luce solare.

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Uso del polarizzatore con la luce solare

Per un fenomeno fisico, anche la luce solare, attraversando l’atmosfera, viene parzialmente polarizzata: le goccioline d’acqua presenti nell’aria a causa della foschia, così come il pulviscolo ambientale, riflettono i raggi del Sole, polarizzandoli. A differenza di alcuni animali (specialmente insetti come api, farfalle, ecc.), i nostri occhi non sono in grado di percepire la differenza tra luce polarizzata e non, ma essa è ovunque intorno a noi. Lo scurimento del cielo, sia nella fotografia a colori che in b/n, insieme a una certa penetrazione della foschia[4], sono due effetti dovuti a questo tipo di filtri in presenza di luce polarizzata. In questi casi, l’entità del cambiamento dipende moltissimo dalla direzione della sorgente luminosa rispetto alla posizione del fotografo, proprio come per i riflessi abbaglianti causati dalle superfici lucide, ma l’angolazione dev’essere maggiore. Guardando il cielo attraverso un polarizzatore, a diversi angoli rispetto al Sole, vi accorgerete come si possa passare rapidamente dal drammatico… al nulla. Questo perché l’efficacia dell’effetto di saturazione è maggiore solo quando l’obiettivo è puntato verso un’area in cui la polarizzazione della luce ambiente è massima e cioè in una direzione precisa: a 90 gradi rispetto alla congiungente fotocamera-Sole.

Un metodo pratico per stabilire questo punto è di mirare il sole con il dito indice tenendo il pollice “a pistola” e ruotando il polso da un estremo dell’orizzonte all’altro. Il semicerchio così determinato attraverso il cielo corrisponde all’area di maggior effetto la quale diminuirà fino ad azzerarsi man, mano che ci si sposta verso il Sole. E’ per questo che si possono ottenere delle foto in cui soltanto una parte del cielo risulta scurita… un effetto, questo, di solito non apprezzabile con il moderato angolo di campo degli obiettivi normali (ca. 50mm) o dei teleobiettivi, ma evidentissimo quando si scatta con i grandangolari e, ancor più, con gli ultragrandangolari (da 24mm in giù…). La maggior parte delle volte può sembrare sgradevole, ma in certi casi può essere sfruttato a nostro vantaggio: ad esempio, si potrebbe aggiungere una sfumatura calda alla parte di cielo non polarizzata…

Per concludere, ricordatevi sempre che è perfettamente inutile ricorrere ad un filtro polarizzatore per “aumentare la saturazione” quando si fotografa una scena in controluce, o con il sole esattamente alle proprie spalle. Anzi: soprattutto nel caso del controluce, usare il filtro può risultare addirittura dannoso, in quanto la sua presenza potrebbe favorire la comparsa di riflessi interni (tra le lenti dell’ottica e quelle del filtro) e pertanto potrebbe generare esiti opposti a quelli sperati, agevolando la comparsa di “effetti velo”. Presto vedremo nel dettaglio le particolarità specifiche di questo utilissimo aggeggio e l’uso creativo che, volendo, si può fare di questo filtro. Ciao a tutti, A.L.T.

articoli correlati: La temperatura colore e i filtri cromatici


[1] [Naturalmente alcuni materiali hanno più di una proprietà; ad esempio, una tenda traslucida uniformemente intessuta di nero trasmette una parte di luce (e infatti ci si può vedere attraverso), ne riflette un’altra (nei punti in cui non si riesce a vedere oltre) e ne assorbe la quantità rimanente (a causa della trama nera che, infatti, riusciamo a percepire)].

[2] [Le cose sono ben diverse quando ci si trova davanti ad un muro bianco in pieno sole, non c’è modo di sfuggirvi. Infatti molti fotografi considerano le riflessioni speculari come vere e proprie sorgenti luminose e le sfruttano per comporre l’illuminazione in molte scene].

[3] [Dal momento che una parte della luce non viene trasmessa, i polarizzatori hanno un “fattore filtro” che va da 1,5X a 2,5X circa].

[4] [Il fotografo furbo guarda alla foschia come ad una sorta di “vetrata” composta da molecole d’acqua in sospensione e applica gli stessi accorgimenti, facendo attenzione ad aumentare l’angolo tra sé ed il soggetto fino a 90°… meditate gente, meditate].

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2 Responses to Il Polarizzatore, questo sconosciuto

  1. mi serve anche per fotografare un tetto in rame il polarizzatore?

  2. non vedo come non potrebbe, cecilia!? l’uso del polarizzatore è assolutamente indipendente dal tipo di soggetto che si fotografa! se il tuo tetto si trova nella giusta posizione (a 90 gradi rispetto alla congiungente fotocamera-Sole) il polarizzatore non farà altro che esaltarne la colorazione, saturando il verde rame in modo consistente… continua a seguirci, mi raccomando!
    ciao, ALT

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