I sistemi di puntamento: la “visione indiretta”. Le reflex monoculari (SLR)

This entry is part 3 of 3 in the series I sistemi di puntamento

di Antonio Lo Torto

Fig.1 – Schema di funzionamento di una SLR (elaboraz. www.theredeer.it)

Le reflex monoculari, a un solo obiettivo, sono il modello che si è sviluppato per ovviare ai limiti delle bioculari, a doppio obiettivo, e delle macchine fotografiche a “visione diretta“. Il loro acronimo in lingua inglese è SLR: single-lens-reflex.

Questo tipo di fotocamera elimina completamente l’errore di parallasse, in quanto lo stesso obiettivo di ripresa forma l’immagine sullo schermo del mirino. Proprio come nei primi apparecchi reflex (di cui abbiamo parlato; vedi lo schema della prima vera fotocamera della storia, quella costruita da Giroux, il cognato di Daguerre), uno specchio inclinato a 45° riflette l’immagine su di un vetro smerigliato orizzontale (lo schermo di messa a fuoco) e, una volta premuto il pulsante di scatto, si solleva lasciando libero il passaggio alla luce un attimo prima che la tendina dell’otturatore si apra (per il tempo necessario, da noi impostato, ad esporre il sensore/pellicola) – vedi fig.1.

Questi apparecchi fotografici costituiscono quanto di meglio sia stato realizzato, dal punto di vista tecnologico, nel campo del piccolo (35mm) e del medio formato (6x6cm, 6x7cm, ecc.). La chiara visione del soggetto, attraverso lo stesso obiettivo che riprende l’immagine, è la peculiarità delle reflex monoculari pertanto, a livello pratico, nessun altro apparecchio fotografico è riuscito ad eguagliarne le prestazioni.

Fig.2 – Il pentaprisma: com’è fatto e dove si trova sulla storica Pentax LX del 1980 (courtesy of pentaxforums.com)

Diamo ancora uno sguardo alla fig.1: per una legge di ottica geometrica, la distanza tra l’obiettivo e lo schermo di messa a fuoco (via specchio), è uguale alla distanza tra l’obiettivo e il piano del sensore/pellicola [A+B = C]. In questo modo ciò che si vede nitido sullo schermo, lo sarà anche sul sensore.

Nelle reflex 35mm – digitali o analogiche – l’immagine, che sullo schermo di messa a fuoco si forma rovesciata da destra a sinistra, viene corretta da un pentaprisma (un vero e proprio “prisma” di vetro) che è montato sopra lo schermo stesso, spesso in un blocco unico – vedi fig.2.

Normalmente nel mirino appare circa il 95-98%  di quanto viene effettivamente registrato dal sensore; in pratica il fotogramma risulta leggermente più grande dell’immagine sullo schermo, ciò per avere un piccolo margine di sicurezza e per evitare di montare sulle fotocamere dei pentaprismi troppo grossi e pesanti. Comunque sia, il termine “reflex” sta ad indicare che l’immagine, così come è formata dall’obiettivo, viene riflessa verso il mirino e, dal momento che l’obiettivo montato sulla fotocamera – di qualunque focale esso sia – risulta essere una parte integrante e fondamentale di tutto il sistema, l’immagine che si osserva nel mirino sarà praticamente la stessa che andrà ad impressionare il supporto di memorizzazione utilizzato (sensore o pellicola, appunto).

NOTA. Per i miopi (come il sottoscritto), è solitamente presente una piccola lente di correzione diottrica sull’oculare del mirino, in modo da riuscire ad inquadrare senza occhiali e vedere lo schermo intero.

Fig.3 – Lo schermo di messa a fuoco come si trovava prima dell’avvento dell’autofocus sulle SLR (courtesy of pentaxforums.com)

Il vetrino/schermo di messa a fuoco è spesso intercambiabile. Nelle prime reflex, quelle non dotate di autofocus, nel centro di questo schermo era possibile trovare una sorta di piccolo “prisma incrociato” che, nel caso in cui la nostra immagine non fosse perfettamente a fuoco, mostrava il soggetto “sdoppiato” (un po’ come nelle macchine a telemetro). Attorno ad esso un anello di microprismi faceva apparire l’immagine come composta da tanti puntini luminosi. Questo sistema per facilitare la messa a fuoco era comunque progettato per dare la visione ottimale con l’obiettivo a “tutta apertura”: pertanto, prima si metteva a fuoco con il diaframma tutto aperto e, una volta fatto, lo si chiudeva al valore desiderato e si scattava la foto (vedi fig.3).

Con l’avvento dell’autofocus, le cose sono cambiate: una parte del centro dell’immagine viene deviata a un sensore CCD e, se risulta fuori fuoco, il sistema determina automaticamente lo spostamento di obiettivo (in avanti o indietro) necessario a focheggiare perfettamente il soggetto. A questo punto aziona un motorino che rapidissimamente fa avanzare o indietreggiare il barilotto dell’ottica fino alla posizione corretta (bella cosa la tecnologia, eh?!). Nelle fotocamere moderne poi, l’AF è solitamente collegato al meccanismo di scatto: l’otturatore non si apre finché l’immagine non è a fuoco e noi, pur pigiando con tutte le nostre forze sul pulsante, non riusciamo a scattare la foto. Chissà quante volte vi è capitato…

La lettura dell’esposizione sulle fotocamere reflex monoculari

Il sottoscritto con la Canon EOS 1D Mark III, compagna di mille battaglie…

Fatta eccezione per i primi modelli costruiti negli anni ’60, tutte le reflex monoculari sono state successivamente dotate di esposimetro incorporato. L’esposizione (tempo e diaframma) viene letta dalla fotocamera attraverso l’obiettivo (TTL, Through The Lens), per mezzo di alcune fotocellule presenti nel corpo macchina e posizionate in modo da rilevare la luminosità del soggetto direttamente sullo schermo di messa a fuoco, oppure in grado di leggere la luce riflessa dalle tendine dell’otturatore o dal sensore al momento stesso della misurazione.

Nelle fotocamere del primo tipo, quelle in cui la rilevazione dei valori esposimetrici avviene nel corso della messa a fuoco, il diaframma si apre completamente, ma l’esposimetro viene comunque “informato” su quale sia l’effettiva apertura impostata da un contatto elettrico chiamato simulatore di diaframma. A prescindere da questo problema – agevolmente superato negli apparecchi più recenti dotati di fotocellule con grande rapidità di risposta – la misurazione dell’esposizione TTL consente rilevazioni molto accurate, dal momento che tiene conto solo ed esclusivamente della luce riflessa dal soggetto e penetrata attraverso le lenti dell’obiettivo.

C’è da dire, però, che le soluzioni adottate per il controllo dei valori esposimetrici sono andate modificandosi (e non di poco) nel corso degli anni, con l’evolversi del know-how tecnologico. Innanzitutto sono variate la sensibilità dei materiali impiegati, la precisione, la rapidità di risposta e l’ubicazione delle fotocellule nel corpo macchina. Poi, per quanto riguarda la porzione dell’immagine rilevata, si è passati dalla semplice lettura media a quella spot e semi-spot, fino ad arrivare a quella ponderata su punti prestabiliti e statisticamente più significativi (la spiegazione completa dei sistemi di valutazione esposimetrica la trovate qui).

Vantaggi delle reflex SLR

  1. Le SLR consentono d’inquadrare con esattezza l’immagine, di metterla a fuoco e di controllare la profondità di campo in modo rapido e sicuro. Molto di più di una macchina a soffietto.
  2. Grazie al sistema di misurazione esposimetrica TTL, presente su tutti i modelli analogici e digitali, è possibile impostare i corretti valori di tempo e diaframma in modo veloce e preciso.
  3. I sistemi reflex monoculari hanno una vastissima gamma di obiettivi e accessori di ogni tipo. Pertanto queste fotocamere dimostrano di avere una serie di possibilità operative praticamente illimitate: sport, reportage, still-life, foto d’interni, matrimoni, ecc.
Svantaggi delle reflex SLR
  1. Penso che l’unico vero problema di questo tipo di macchine sia “toppare” la profondità di campo. Quando si guarda nel mirino alla massima apertura, ma con impostato un diaframma effettivo piuttosto chiuso, è possibile sbagliare. Pertanto l’utilizzo del famoso pulsantino di controllo visivo della profondità di campo diventa molto utile (vedi fig.4).
  2. Le reflex monoculari più sofisticate – i modelli di punta delle case famose, insomma – sono decisamente complesse dal punto di vista costruttivo. Sono piene di aggeggi elettronici in cui, a meno che tu non sia un ingegnere nucleare laureato a Tokio, è praticamente impossibile mettere le mani. Se si rompe qualcosa, il ricorso al centro di assistenza è praticamente d’obbligo… con tutti i costi annessi e connessi.
  3. I movimenti di controllo dell’immagine (come basculaggi, decentramenti, ecc.) non sono possibili.

Fig.4 – Il pulsante di controllo della profondità di campo sulla Canon EOS 620 del 1987 (courtesy of kenrockwell.com)

Come abbiamo detto, l’otturatore a tendina e il concetto costruttivo di base delle reflex monoculari rendono questo tipo di macchine ideali per essere corredate da una vasta gamma di obiettivi di differenti lunghezze focali che, con i numerosi accessori a disposizione sul mercato, costituiscono un sistema vero e proprio e consentono alle SLR un’amplissima gamma di prestazioni. Queste ottiche possono venire sostituite molto rapidamente grazie alla montatura cosiddetta “a baionetta”(attraverso cui si stabiliscono tutti i contatti elettrici che permettono agli automatismi macchina-obiettivo di funzionare correttamente).

Concludendo: gli ultimi super-modelli digitali di Canon e Nikon, ad esempio (ma anche quelli di altre case famose, come Sony, Leica, ecc.), oltre ad avere in dotazione una valanga di softwares più o meno professionali per la “manutenzione” delle fotografie, sono compatibili con qualsiasi sistema operativo presente sul pianeta Terra. Settaggi e personalizzazioni delle varie funzioni delle fotocamere sono, quindi, un altro bel regalo del progresso tecnologico. I tempi cambiano… bene o male.

 

Riferimenti

  • Elementi di fotografia, Maurizio Micci – Cesco Ciapanna Editore. Roma, 1999
  • Basic Photography, Michael Langford – Focal Press. London, 1986

 

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