Galleria Carla Sozzani, Nobuyoshi Araki: mostra fotografica Araki Amore in Corso Como 10

di Federicapaola Capecchi

(milanoartexpo.com)

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

Il percorso intreccia da subito i principali soggetti e temi di Nobuyoshi Araki uno dei fotografi più celebri, prolifici e controversi del Giappone: il kinbaku-bi, rituale della legatura dei corpi – alcune fotografie, alla sinistra dell’apertura sulla sala, rimandano alla sua ricerca con donne nude, legate, appese, imbavagliate, sulle pratiche erotiche succedutesi nei secoli e su questo rituale millenario -, i nudi di donna e geishe in kimono, i ritratti, i fiori (orchidee soprattutto, ma anche dalie, camelie) e le composizioni floreali con bambole, giocattolini, mostri, lucertole, dinosauri. 80 fotografie – alcuni inediti 2015 e 2016, 300 polaroid e una video intervista in una sessione di nudo con la sua nuova moglie e modella, la danzatrice Kaori – in un percorso affascinante tra piacere e dolore, male e bene, forza e fragilità, vita e morte e la sempiterna battaglia tra Eros e Thanatos, in un viaggio seducente tra bellezza, fotografia, eros, amore e morte.

Araki ha un uso pittorico del colore, un occhio impeccabile per la composizione, uno sguardo intenso sulle donne e l’universo femminile. Nei lavori più recenti la donna e il corpo donna solo solo meno ostentati. Stai ancora guardano la prima sala e sei già preso, le sue fotografie trasudano magnetismo.

E così ti muovi, già sedotto in partenza, tra le sue audaci fotografie di corpi femminili nudi, che per qualche istante richiamano alla mente le xilografie erotiche Shunga* e che poi, invece, per inquadratura, luce, composizione, taglio e sguardo vanno ben oltre la “timidezza” di quelle stampe e aprono il mondo reale e vero del gioco vivo tra sesso e bellezza. E così sono naturali, intense e dirette le fotografie di donne che indossano kimono ma con i genitali o il seno rivelati, scoperti, come è assolutamente privo di voyeurismo morboso ogni richiamo all’arte giapponese della legatura erotica (Kinbaku-bi). Un sorriso di commozione innegabile lo strappa la fotografia sul terrazzo del gatto Chiro circondato da mini dinosauri: molti scatti sono avvenuti su quel terrazzo, tra le loro orchidee, fiori e piante di ogni specie, con la prima moglie come modella e l’immancabile Chiro ad assistere.

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

Poi ritorni immerso nel suo lavoro, nel suo fotografare, in questa macchina fotografica – che immagini – estensione vitale del suo corpo, con cui entra – e ti fa entrare – in contatto con il mondo, le persone, le relazioni; così come con il suo sguardo altamente erotico. La sua forte carica di erotismo è stata, a volte, fraintesa, tacciata di pornografia e denigrazione della donna a oggetto. Forse perché le pratiche del legare, mentre in Giappone sono parte integrante della cultura, scevre da umiliazione e finalizzate solo al piacere, in Occidente (riassunte erroneamente nel termine bondage) sono viste invece come una perversione? Ogni sua fotografia non ha nulla di osceno o volgare o scandaloso.

La mostra mette bene in evidenza come ogni suo nudo femminile esalti il valore della donna e del suo corpo, e di questa ammaliante forma e universo instancabilmente da indagare, conoscere e scoprire. E non vi è infatti nessuno sguardo dei soggetti che non sia più che complice di questo gioco. Le composizioni floreali, dove primeggia l’orchidea, il fiore più sensuale in assoluto, sono intrise di eros ma al tempo stesso rappresentano la vivacità, la fragilità e la costanza della vita. Tutto – le sensuali donne, nude o non, il sesso, i fiori, il cielo – è specchio che riflette la realtà, la vita, la morte e ciò che viviamo, fatto di forti energie come di vuoti immensi, di divertimento, casualità, desiderio ed eventi.

Le donne, l’eros, l’amore: tutto questo vive nelle immagini di Araki. Tutto ruota attorno all’erotismo femminile e all’universo donna, così come alla sua Tokyo, e il suo soggetto è, comunque, il quotidiano. Le sue fotografie sanno essere inquietanti, elettrizzanti, commuoventi, struggenti, creano disordine in chi guarda … come il quotidiano. Come l’amore, come la fotografia, come la morte. Araki distilla in ogni immagine tutto ciò, legando l’una all’altra vita, morte, fotografia. Ogni immagine è potente, forse più ancora alcuni suoi lavori più recenti, con luci molto contrastate, colori quasi più teatrali; con una drammaturgia che scandisce, quasi a passo di danza, la celebrazione della bellezza e la caducità delle cose. E proseguendo nel percorso della mostra ti soffermi a lungo anche sugli assemblaggi di polaroid. Nemmeno Araki è sfuggito alla seduzione di questo processo, la rapidità dell’impressione istantanea. Alcune di queste immagini sono in forma di collage con tagli, sovrapposizioni e interventi pittorici.

E ancora, ripercorrendo sale e ritornando su alcune fotografie, mi è venuta alla mente l’estasi e la malia di Kazuo Ohno* – coreografo e danzatore giapponese, guro e ispiratore della Danza Butoh*- del momento della sua ricerca in cui sviluppò la poetica del “corpo morto”.

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

Foto di N. Araki, 2016 (courtesy of Galleria Carla Sozzani)

In Tenko Chido (The Road in Heaven – The Road in Earth) Kazuo Ohno è geisha, fanciulla e demone (con splendidi iris nelle mani), è perturbante, erotico; una maschera di candore e crudeltà, portatore di stupori virginali come della conoscenza delle più devastanti e torbide esperienze dell’eros, della vita, dell’amore e della morte. Non ho potuto non immaginare come sarebbe stato un loro incontro o shooting.

Esci dalla mostra con negli occhi e nella mente davvero molte foto splendide e provocanti, ma nel senso soprattutto del provocare pensieri, ricordi, idee, riflessioni.

Da vedere.

Galleria Carla Sozzani, Nobuyoshi Araki: mostra fotografica Araki Amore, aperta fino al 12 febbraio 2017, l’esposizione in Corso Como 10, Milano – è a cura di Filippo Maggia

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