Fotografia di Matrimonio: controlliamo la luce con il rapporto di illuminazione

This entry is part 2 of 2 in the series La fotografia di matrimonio

Foto n.1: flash in primo piano e tramonto sullo sfondo… senza sbagliare! (ph.: A. Lo Torto, 2011)

di Antonio Lo Torto

Già sappiamo che il gap di luminosità tra parti più chiare e parti più scure di una stessa scena si definisce range dinamico (dynamic range), mentre la capacità del sensore a registrare queste differenze di luce si dice, invece, latitudine di posa. Il sensore – e ancor più la pellicola – non sempre sono in grado di compensare questi contrasti. Maggiori sono, peggio è.

Come in tutti i casi in cui il nostro compito è quello di realizzare un ritratto in esterni, le giornate di sole velato costituiscono la situazione d’illuminazione ideale ma, non potendo, ovviamente, fotografare solo in queste condizioni, dobbiamo dimostrarci capaci di ridurre il contrasto complessivo della scena servendoci di una luce di schiarita (ricordiamoci che il 75% dei matrimoni si celebrano nella bella stagione, per cui il sole a perpendicolo dell’estate non sarà affatto una situazione poco frequente).

Il flash

Fotografando persone e gruppi, il flash ci fornisce una buona risoluzione dei dettagli in ombra. La domanda che sorge spontanea in questi casi è: come possiamo sfruttare la luce del sole nel modo migliore? La risposta è abbastanza semplice: come fonte di luce laterale o, addirittura, spingendoci fino al controluce (ma attenzione ai flares!). In queste situazioni, infatti, riusciremo a creare intorno al nostro soggetto un alone di luce decisamente piacevole che, volendo, potremo accentuare con l’ausilio di un filtro soft. Nel caso, poi, la giornata fosse nuvolosa, il lampo generato dal nostro flash renderà l’immagine sicuramente molto più brillante.

Comunque sia, il nostro compito principale sarà quello di decidere quale delle due fonti di luce (sole o flash) dovremo considerare come principale. Ricordatevi sempre che il rapporto d’illuminazione di una buona foto dovrebbe essere di 3:1. Cioè, la sorgente luminosa più potente (la cosiddetta luce principale) non dovrebbe mai superare la luce di schiarita di oltre tre volte in termini di “valori luce” EV.

Foto n.2: luce solare come fonte principale e flash di riempimento (ph.: A. Lo Torto, 2011)

Esempio: guardate l’immagine n.2. Ho usato la luce solare laterale come fonte di luce principale. La guancia destra di lui è il punto “più illuminato” del mio soggetto (che, in questo caso, sono entrambi gli sposi). Utilizzando un esposimetro esterno ho misurato la luce incidente e ho regolato di conseguenza l’emissione del lampo del flash a –1,5 stop (in termini EV, –1,5 stop corrispondono ad un rapporto d’illuminazione di 3:1).

ATTENZIONE. Usare bene il flash non è un lavoro facile. Leggendo quello che si scrive sui manuali di fotografia e sui vari siti web che trattano l’argomento, sembrerebbe che sia sufficiente “dare un colpettino di schiarita” quando, trovandoci in condizioni di contrasto elevato, la nostra fotocamera non risulta in grado di registrare i dettagli che ci servono. Stronzate! (quando ce vò, ce vò… !). Io ci ho messo anni a padroneggiare discretamente i lampeggiatori esterni e, ancora oggi, mi ritrovo in situazioni in cui non so proprio dove sbattere la testa. La pratica e l’esperienza, come ho ripetuto mille volte, sono la soluzione a questo problema. Se, per caso, qualcuno avesse deciso di fare della fotografia la propria fonte di sostentamento, sappia che un manuale professionale – come quelli pubblicati dalla casa editrice Reflex – potrebbe essere un buon punto di riferimento, ma il consiglio che vi do è quello di studiarvi attentamente il libretto d’istruzioni del flash. Leggetelo, rileggetelo, sottolineate le parti più importanti e mettete in pratica quello che c’è scritto. Io, quando lavoro, me lo porto sempre dietro e, a casa, lo tengo sul comodino, accanto al letto…!

Foto n.3: rapporto d’illuminazione tra luce di sfondo e flash in primo piano (ph.: A. Lo Torto, 2001)

Ci sono casi in cui l’utilizzo del flash è indispensabile e risolutivo. Osservate l’immagine n.1: nel controluce al tramonto, il lampeggiatore elettronico ha consentito di mostrare in tutti i dettagli il gruppo di amici e parenti, conservando la suggestività dello sfondo (stelle comprese). Ok, l’effetto non si può certo definire “naturale” e l’intervento del flash è evidente, ma il risultato è piuttosto gradevole e, come diceva Machiavelli, il fine giustifica i mezzi! Ricordiamoci comunque sempre del rapporto d’illuminazione tra sfondo e primo piano… fondamentale.

Luce naturale e flash possono benissimo essere combinate per fotografare anche in interni. I risultati sono quasi sempre molto interessanti. Facciamo un esempio “classico”: gli sposi in chiesa. La coppia è sullo sfondo della navata centrale. Per avere la scena tutta a fuoco, montiamo l’obiettivo grandangolare e impostiamo il diaframma a f/16. A questo punto le alternative sono due: per mantenere il nostro rapporto d’illuminazione a 3:1, o regoliamo la potenza di emissione del lampeggiatore, oppure ci allontaniamo dal soggetto. In ogni caso, dovremo riuscire a scattare con un diaframma che sia, al massimo, 1 stop e mezzo più aperto di f/16, quindi f/9.5. Impostato questo valore, misuriamo e cerchiamo il tempo corrispondente. Ammettiamo per ipotesi che sia di 1 sec. Una volta regolato l’otturatore, diciamo agli sposi di stare fermi e scattiamo la foto. Il flash scatterà e andrà ad illuminare, per un secondo, le zone più buie della scena, fornendoci la quantità di luce necessaria a definire quei dettagli che altrimenti sarebbero andati perduti. Abbastanza semplice.

Fotografando in interni, la luce “mista”, causata da fonti a temperatura colore differente, ci aiuta a creare situazioni particolari: i toni caldi, generalmente sullo sfondo, sono ben accettati e contribuiscono ad accentuare il carattere “romantico” della posa (foto
n.3
).

Pannelli riflettenti e diffusori

Un altro mezzo eccellente per schiarire le ombre ed attenuare i contrasti è il cosiddetto velatino. Si tratta di un drappo, di leggera stoffa bianca, utilizzato per schermare la luce diretta del sole e trasformarla in diffusa. Diciamo che le sue dimensioni dipendono principalmente dall’inquadratura che vogliamo realizzare: riprendendo una figura intera, potrebbe benissimo essere grande quanto un lenzuolo. Con un’inquadratura stretta, sarà sufficiente un drappo quadrato di 50x50cm. Oggi, sul mercato, esistono pannelli riflettenti e traslucidi multiuso praticamente di qualsiasi misura. Sono molto comodi, pieghevoli e decisamente economici. Possiamo rivestirli con una sorta di federa double-face (da un lato solitamente argentata o dorata e, dall’altro, bianca opaca) e usarli per creare effetti di ogni tipo (vedi immagine n.4). Hanno il pregio di essere leggeri e maneggevoli e, se siamo sprovvisti di un assistente, possiamo appoggiarli praticamente ovunque. Anche agganciandoli a un treppiedi o a uno stativo. A seconda di come vengono orientati rispetto al soggetto e alla fonte d’illuminazione ci daranno risultati comunque differenti, ma assolutamente controllabili ad occhio prima di scattare.

Foto n.4: i pannelli riflettenti prodotti dalla Lastolite… un classico (fonte: Internet)

Questo genere di pannelli vengono definiti riflettori passivi – in quanto non producono luce propria, ma sfruttano, riflettendola appunto, quella presente nell’ambiente. In linea di massima, si differenziano tra loro per il tipo di superficie di cui sono costituiti: quelli più potenti, in grado di riflettere praticamente il 100% della luce da cui vengono colpiti, sono ovviamente gli specchi (e, per questo motivo, sono assimilabili a dei veri e propri faretti; più che a schiarire le ombre, servono ad illuminare, come fossero delle luci ausiliarie!).

In generale, una regola empirica dice che la portata utile di un pannello non si spinge al di là di quattro volte la sua larghezza. Non l’ho mai verificata ma, a spanne, mi sembra ragionevole. Considerate pertanto i pannelli come un valido aiuto sul campo. Nel caso abbiate la fortuna di avere qualcuno che vi da una mano – e un celebrante indulgente che vi consenta di muovervi con una certa libertà sull’altare, o nella sala comunale – dovrebbero addirittura essere preferiti al flash in quanto posseggono l’irrinunciabile vantaggio di riflettere nelle ombre una luce che ha la stessa temperatura colore di quella principale.

Meditate gente, meditate…

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3 Responses to Fotografia di Matrimonio: controlliamo la luce con il rapporto di illuminazione

  1. Antò quest’articolo è uno spettacolo , bravo e grazie !
    Sai , sto cercando di ampliare il mio corredo di attrezzatura , per le foto all’interno e per ovviare al problema economico ho comprato uno di quei faretti da cantiere di 500watt e già montato su uno stativo , costo 20 euri !
    E stato un’esperimento e ti dirò non mi dispiace usarlo , crea delle tonalità calde davvero piacevoli .
    Un problema però è il calore che sprigiona e specialmente in estate risulta insopportabile , ma per 20 euri ……!!
    Per le foto in esterno poi ho cercato un set di pannelli riflettenti , il negoziante mi ha chiesto 90 euri !!!
    Quando hai detto “economici” pensavo meno 😉
    Comunque continua a istruirmi , è importante conoscere le tecniche poi magari un giorno piano piano avrò un attrezzatura decente !

  2. bravissimo complimenti ben fatto!!!
    cosa mi consigli come pannello riflettente per fare i matrimoni…???

    • Mi stupisce che due lettori, nell’arco di poche ore, mi abbiano rivolto praticamente la stessa domanda in merito allo stesso argomento… Marco, proprio qui sopra, mi chiede quale sia “il pannello riflettente migliore quando si scattano le foto ad un matrimonio” e Alessandro, che in una email un po’ più specifica indirizzata a me personalmente, si domanda in merito ai “diametri più adatti per la figura intera o il mezzo busto” e, ancora, se “per la diffusione della luce sia meglio il pannello bianco opaco, oppure traslucido”.

      Orbene, comincerei subito a precisare che quando si tratta di DIFFUSIONE della luce, non v’è altra soluzione che una superficie NON RIFLETTENTE, cioè: se vogliamo diffondere la luce (solare o artificiale che sia) l’unico metodo che possiamo adottare è quello di “filtrarla” attraverso una superficie TRASLUCIDA in grado di ampliarne l’area di caduta ammorbidendone, al contempo, l’impatto sul soggetto.
      Avvalendoci, invece, di una qualsiasi altra superficie NON TRASLUCIDA – sia essa bianca o colorata (oro, argento, ecc.) – altro non faremo che RIFLETTERE la nostra fonte luminosa, mitigandone sicuramente la natura puntiforme, ma dando origine ad un effetto ben diverso.
      Pertanto, tutto dipenderà dal risultato che vogliamo ottenere: se il nostro scopo sarà quello di produrre un’immagine sostanzialmente “piatta”, con pochi contrasti e poche ombre, un pannello traslucido sarà lo strumento più adatto, altrimenti, se cerchiamo qualcosa di più “forte” (come nella foto n.2 dell’articolo qui sopra, ad esempio), una superficie riflettente sarà quella che farà al caso nostro.
      Chiarito questo punto, posso dirvi che di pannelli – diffusori e/o riflettenti – in commercio ce ne sono a bizzeffe e, trattandosi di articoli non troppo sofisticati, la qualità è più o meno la stessa per tutti. Sì, perché le veci del pannello possono farle anche un muro bianco, un piatto da portata in argento o in ceramica, la carrozzeria di una macchina, una porta a vetri colorata e chi più ne ha, più ne metta… ;-))
      Ovviamente, un professionista non deve correre rischi facendo affidamento sul caso ed è meglio che si porti sempre dietro gli strumenti di lavoro necessari! Personalmente, io utilizzo un pannello “5 in 1” della Photoflex (www.photoflex.com) piuttosto vecchiotto, ma che svolge ancora egregiamente i suoi compiti. Su Ebay potete trovare tutto quello che volete e che vi serve. Comunque sia, il mio “5 in 1” altro non è che un disco traslucido ricoperto da una specie di guaina double-face, rivestita su un lato da un tessuto dorato ed uno argentato e, sull’altro, da uno bianco opaco e uno “misto” con una greca dorata su fondo argento (mai usato!). La comodità sta tutta nel suo telaietto pieghevole che, una volta usato, s’infila agevolmente nella sua custodia e si trasporta come se niente fosse.

      Ah, le dimensioni. Mai come in questo caso posso dire che “le dimensioni contano poco”! Certo, perché tutto dipende dalla distanze relative (fotocamera-soggetto, soggetto-pannello, ecc.) e dalla focale con cui vogliamo scattare. Certo, un bel pannellone fa sempre la sua scena (anche se ad un matrimonio eviterei di fare troppo gli esibizionisti… meglio mantenere un profilo basso e lavorare nel modo più defilato possibile. Sono gli sposi i protagonisti, non il fotografo!), ma il pannellone necessita di qualcuno in grado di saperlo sostenere, un assistente insomma. Un pannellino più piccolo, invece, può essere tenuto in mano da qualcuno degli invitati a cui potete cortesemente chiedere di darvi una mano. Il mio “5 in uno”, aperto, ha un diametro inferiore al metro; chiuso, meno di 30 cm.

      Visto l’interesse per l’argomento, in futuro scriverò un articolo specifico sui pannelli diffusori e riflettenti e voi, Marco e Alessandro, sarete i primi a saperlo. Un abbraccio e auguri di Buon 2015,
      Antonio Lo Torto

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