Fotografare in controluce: esposizione corretta e filtri digradanti

di Antonio Lo Torto

www.clubfotografia.com, lombok, indonesia

Penso che questa sia una delle mie rarissime fotografie in cui il soggetto, in piena luce al tramonto, possa definirsi accettabile… ma è una storia lunga. (Lombok, Indonesia ph.: A. Lo Torto – ’02)

Una delle “regole classiche” che insegnavano ai nostri nonni (e che purtroppo ancora oggi molti principianti tendono a seguire) era quella di fotografare il soggetto con il volto verso il sole o, in ogni caso, che la fonte d’illuminazione principale si trovasse sempre alle spalle del fotografo. Niente di più sbagliato!

Ok, questa sorta di falso mito poteva andare bene all’epoca in cui Berta filava, cioè quando, per ottenere un’esposizione corretta delle vecchie lastre di vetro spalmate di collodio, occorreva una quantità di luce smisurata e dei tempi di apertura del diaframma che si misuravano col calendario. In linea di massima può andar bene anche oggi, ma solo se il nostro soggetto è un cadavere o qualcos’altro d’inanimato, non una persona. Oppure, se la luce proveniente dalla nostra sorgente non è così intensa da infastidire chi la guarda… infatti, fotografando la nostra fidanzata (o la mamma, o la zia Luigina, ecc.) e obbligandola a fissare il sole, se ci va bene otterremo come risultato finale un’immagine di donna infastidita dal riverbero e con una bella smorfia stampata in faccia (quante volte ci è capitato, eh?!) e se ci va male, anche un bel po’ di sgradevolissime ombre che nascondono i lineamenti del viso. E allora cosa facciamo? Procediamo con calma.

Al pari di tutti gli strumenti creativi che il fotografo ha a sua disposizione, la luce rappresenta sicuramente quello che incide meno sulle nostre tasche. Cionostante è tra i più efficaci (d’altronde “fotografia” vuol dire “scrivere con la luce”).

Controllo e miglior impiego delle fonti di luce naturali e artificiali hanno da sempre caratterizzato la qualità della nostra attività. L’utilizzo sapiente dell’illuminazione mista è oggi alla portata di tutti, grazie all’efficacia dei moderni automatismi che consentono di combinare con estrema semplicità il flash e la luce solare anche con piccole fotocamere compatte.

Tutti sappiamo che la luce naturale (a differenza di quella artificiale) difficilmente si ripresenta esattamente uguale, ma cambia continuamente. Il sole del tardo pomeriggio (quella che i fotografi chiamano “la bella luce delle cinque“) illuminerà la scena in modo totalmente diverso rispetto a quello di mezzogiorno o del primo mattino. La luce diffusa del cielo coperto è un ulteriore tipo di illuminazione, capace di naturale morbidezza e senza contrasti particolarmente marcati. E poi? E poi c’è il controluce… ma che cos’è?!

Quando l’angolo sole (fonte luminosa)-fotografo-soggetto è minore di 90 gradi, possiamo dire di trovarci in controluce. Nella maggior parte dei casi questa condizione si verifica quando il soggetto è interposto tra il fotografo e la sorgente luminosa che, di conseguenza, è rivolta direttamente o lateralmente verso l’obiettivo.

Un ottimo controllo del gap di esposizione nella sala ipostila di Saqqara. La differenza di luminosità era davvero notevole, ma l'allieva Elena è riuscita a trovare un buon compromesso (ph.: E. Reynaud, Egitto 2013)

Un ottimo controllo del gap di esposizione nella sala ipostila di Saqqara. La differenza di luminosità era davvero notevole, ma l’allieva Elena è riuscita a trovare un buon compromesso (ph.: E. Reynaud, Egitto 2013)

La ripresa in controluce presenta alcuni aspetti tecnici intrinsecamente difficili e collegati alle forti disuniformità di illuminazione della scena. Nel caso di un ritratto o di una ripresa comunque ravvicinata, la soluzione è costituita dal cosiddetto flash di riempimento (fill-in flash), ma se nella nostra inquadratura ci fosse invece un paesaggio o il nostro soggetto non fosse a portata di lampeggiatore, difficilmente troveremo aiuto in questa tecnica. Inoltre, in aggiunta ai forti salti di luce all’interno della scena, la ripresa in controluce pone un certo numero di problemi di resa ottica degli obiettivi: flares e riflessi interni sono sempre in agguato.

L’aspetto tecnico sicuramente più ostico è rappresentato dalla corretta esposizione (soprattutto se fotografiamo con pellicola invertibile). I sistemi esposimetrici multizonali fanno quello che possono, ma sicuramente il bracketing rimane la soluzione migliore. Attenzione: dobbiamo ragionare sempre avendo come riferimento il tono grigio medio di cui tanto abbiamo detto.

Anche in controluce certe regole sono imprescindibili… Ora: osserviamo la scena inquadrata. Come vogliamo che appaia nell’immagine finale? (bella domanda). Facciamo un esempio: vogliamo fotografare il più classico di tutti i controluce, un tramonto. Il sole ormai è calato dietro a una catena di creste montuose sovrastate da una pennellata di nubi rosso-violacee. Se i monti scuri, in pieno controluce, riempiono sensibilmente il fotogramma, il nostro dannato esposimetro tenderà a renderli di colore grigio, sovraesponendo il tutto. Pertanto le nuvole appariranno di un rosa molto pallido e tutta la scena perderà molta della sua efficacia… risultato: la solita schifezza. Che fare? Come abbiamo spiegato tante altre volte, dobbiamo sottoesporre! E’ esattamente il caso contrario a quello che abbiamo affrontato parlando della fotografia sulla neve. Ma le cose non cambiano. In questa situazione potremmo effettuare tre scatti: -1/3, -2/3 e –1 stop. Non avrebbe senso un bracketing a forcella: -1/2, 0 e +1/2 stop, perché in tal caso avremmo sicuramente due foto sovraesposte. Al limite sarebbe meglio uno scatto solo, sottoesposto di ½ stop.

E se il sole entrasse nell’inquadratura? Torneremmo al caso della neve: se la presenza del sole fosse preponderante, la sua forte luminosità indurrebe l’esposimetro a sottoesporre e pertanto il bracketing andrà effettuato all’inverso (ad esempio: 0, +1/2 e +1 stop).

Una silhouette abbastanza classica (ph.: A. Lo Torto, Egitto 2013)

Una silhouette abbastanza classica (ph.: A. Lo Torto, Egitto 2013)

Volendo invece ottenere un accentuato effetto silhouette, dovremmo effettuare una misurazione spot sulla zona più chiara del cielo all’interno della nostra inquadratura, quindi sovraesporre di almeno 1 stop.

Per tentare di riequilibrare i salti luminosi nelle riprese in controluce possiamo modificare la quantità di luce che investe il sensore/pellicola della fotocamera in modo da ottenere una gamma di contrasti più simile a quella percepita dal nostro occhio. La vista umana è infatti in grado di rilevare i dettagli anche tra zone che hanno un gap di luminosità pari ad una dozzina di stop; una pellicola diapositiva persino non eccessivamente contrastata – come la Fujichrome Provia 400, ad esempio – riesce a mantenere leggibili i dettagli tra zone in ombra e in luce con un divario massimo di 4-5 stop… Ecco perché affidarsi ad una “corretta esposizione”, nel caso specifico del controluce, diventa piuttosto ostico.

Ci vengono in aiuto i nostri amici filtri. Questa volta di una particolare categoria: i filtri digradanti (o graduati) neutral density (ND).

Questi filtri riducono di 1 o più stop (a seconda del tipo) la trasmissione luminosa solo su una determinata zona dell’inquadratura, senza introdurre alterazioni cromatiche. Operativamente sono piuttosto semplici da usare: guardando attentamente nel mirino (o sul display), dobbiamo far coincidere la parte più scura del filtro con la zona più luminosa del campo inquadrato. In questo senso i filtri migliori (che io raccomando caldamente) sono quelli quadrati o rettangolari prodotti dalla francese Cokin che si montano su un apposito portafiltri. A differenza dei filtri rotondi filettati, che si avvitano direttamente sull’obiettivo, i digradanti Cokin consentono di posizionare a piacimento la linea di confine tra area scura e area chiara grazie al fatto che scorrono in alto e in basso all’interno delle loro stesse guide (l’uovo di Colombo).

Cokin Creative System (courtesy of cokin.fr)

Cokin Creative System (courtesy of cokin.fr)

Personalmente trovo molto soddisfacenti i Cokin della serie P, piuttosto che quelli della serie A, in quanto possono essere utilizzati senza problemi anche con grandangolari piuttosto spinti (inferiori al 20mm). Inoltre, il portafiltri della serie P, può essere montato, tramite gli appositi anelli adattori, su obiettivi fino a 82mm di diametro.

NOTA: si possono usare anche senza portafiltri, ovviamente; basta appoggiare il filtro di fronte all’obiettivo e non avere il morbo di Parkinson…

Pertanto i digradanti rappresentano una soluzione efficace, soprattutto in considerazione del fatto che più filtri possono essere montati sullo stesso portafiltri. Così, se un filtro da 2 stop non fosse sufficiente a riequilibrare i contrasti, possiamo montarne un altro. Considerati prezzo e ingombro piuttosto limitati, metterei in conto sin dall’inizio l’acquisto di almeno due digradanti: uno da 1 stop, l’altro da 2.

NOTA IMPORTANTE: il polarizzatore, in controluce, non serve a niente! Andate a vedervi il perché… Il polarizzatore, questo sconosciuto.

 

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