Dal bracketing all’HDRI (seconda parte): range dinamico e latitudine di posa

This entry is part 4 of 7 in the series Gli scatti multipli e l'HDR

seconda parte

Latitudine di posa e range dinamico

foto n.1: una scarsa latitudine di posa non ci consente di ottenere immagini dall’elevato range dinamico (ph.: A. Lo Torto – Tenerife, 2002)

Nessun sensore, né tantomeno pellicola alcuna, sono in grado di registrare la stessa gamma di ombre e di luci percepita dall’occhio umano. Anche se con il digitale le cose sono decisamente migliorate (da ±5 stop di una diapositiva, siamo passati ai quasi ±10 di un file raw processato da un sensore CMOS), attualmente non esistono dispositivi di ripresa fotografica capaci di catturare, in un unico scatto, il range luminoso che una persona è invece in grado di vedere.

Mi spiegherò meglio con un esempio. Guardate l’immagine n.1: alberi di banane alle Isole Canarie; scansione di una diapositiva Fujichrome Velvia 50 Iso. Per poter ottenere una saturazione del genere, ho sottoesposto di 2/3 di stop e, come potete vedere, l’area contrassegnata dalla lettera A risulta completamente nera. Al mio occhio, però, l’area in ombra appariva sì scura, ma sicuramente non totalmente buia come si vede nella foto… riuscivo certamente a distinguere dei dettagli (anche se non mi ricordo quali; sono passati più di dieci anni). Inoltre, guardate le parti di tronco selezionate in rosso e contrassegnate dalla lettera B: sebbene, come ho detto, il fotogramma sia stato realizzato a un valore di 2/3 inferiore rispetto alla lettura esposimetrica della fotocamera, quei punti del banano risultano comunque “bruciati”, cioè sovraesposti. Ciò vuol dire che la mia pellicola (che, voglio ricordare, essere una diapositiva piuttosto “ostica” a registrare variazioni di luminosità che eccedono i 4-5 stop) non è stata in grado di riprodurre, oltre che i dettagli più scuri, anche i particolari più illuminati della scena ripresa (mentre, al mio occhio, questi risultavano molto meno bianchi di quello che si vede in foto).

antonio lo torto, www.clubfotografia.com

foto n.2: alto range dinamico (facciata del Santuario di S. Maria dei Miracoli presso San Celso, Milano – ph.: A. Lo Torto per Co.Es.Mi., 2005)

Questo gap di luminosità, tra parti più chiare e parti più scure di una stessa scena, si definisce range dinamico (dynamic range) e l’attitudine chimica della pellicola a tollerare più o meno variazioni di esposizione (sottoesposizioni o sovraesposizioni), così come la capacità del sensore di registrare le differenze di luminosità si dice, in lingua italiana, latitudine di posa.

Nell’immagine n.1, se avessi misurato con un esposimetro spot la luce riflessa dalle parti più chiare del tronco del banano avrei ottenuto un certo valore: a occhio e croce, posso azzardare che con un diaframma a f/16, il tempo di scatto sarebbe potuto essere di 1/250 di secondo; mentre, a parità di diaframma, il tempo che avrei dovuto impostare per riuscire a riprendere nel dettaglio le aree in ombra, reputo che sarebbe stato di almeno ½ secondo. Quindi, 7 stop di differenza sono il range dinamico di questa foto… (come ho già ricordato nella prima parte di questa serie, se non vi fosse ben chiaro il concetto di “stop” in fotografia, vi consiglio di leggere qui).

A differenza dell’occhio umano, il sensore di una fotocamera è come se “vedesse” una gamma tonale più limitata (cioè, meno colori) e, proprio per questa ragione, una quantità di contrasti maggiore. Il “diaframma umano”, la pupilla, è invece variabile in funzione del punto di messa fuoco scelto, mentre quello dell’obiettivo deve potersi adattare alla scena nel suo complesso, regolandosi ad un valore di apertura unico che possa far passare luci e ombre in maniera indistinta. Pertanto, se si vuole far entrare più luce per schiarire le zone più in ombra, si rischia di “bruciare” quelle già illuminate… e viceversa.

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foto n.3: basso range dinamico (altorilievo sulla facciata del Santuario di S. Maria dei Miracoli presso San Celso, Milano – ph.: A. Lo Torto per Co.Es.Mi., 2003)

L’ultima volta abbiamo visto che la combinazione di scatti multipli realizzati a valori esposimetrici  differenti ha parzialmente risolto questo tipo di problema: fotografando la medesima scena ad aperture e tempi diversi (effettuando cioè il bracketing, o tecnica degli “scatti a forcella”) e “incollando” insieme le parti meglio esposte di ogni fotogramma, è possibile ottenere un’immagine complessivamente ben realizzata… ma sappiamo quanto sia difficile! Soprattutto per chi si dedica alla fotografia a livello amatoriale e non vuole trascorrere il suo tempo libero stando sempre seduto davanti al computer.

Dalla prossima “lezione” vedremo come sia possibile sfruttare una tecnica nuova che ci possa far risparmiare tempo e fatica, facendoci contemporaneamente raggiungere dei risultati a dir poco eccezionali: l’High Dynamic Range Imaging (HDRI o HDR). In ogni caso, per capire che cosa sia l’HDR e il suo funzionamento è fondamentale che comprendiate a fondo i concetti appena esposti di range dinamico e latitudine di posa, così come prendiate confidenza con la tecnica del bracketing. Presto capirete il perchè.

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foto n.4: bracketing automatico dell’esposizione (A: -1 1/2 stop, B: 0, C: +1 1/2 stop) (ph.: A. Lo Torto – Milano, p.za Cadorna, 1999)

Le foto n.2, n.3 e n.4 sono, rispettivamente, esempi di scene ad elevato range dinamico, a basso range e di bracketing automatico (AEB) dell’esposizione a ± 1 ½  stop.

Piccolo elogio del treppiedi

Un’ultima cosa, che però vi raccomando davvero caldamente, riguarda un oggetto che soltanto negli anni ho imparato quanto fosse importante, ma che purtroppo molti fotografi in erba tendono a trascurare, per una serie di motivi che non esito a definire stupidi. Si tratta del treppiedi, un accessorio basilare se volete cimentarvi con gli scatti multipli a forcella e imprescindibile nell’applicazione della tecnica HDR.

Un fotografo americano, mio carissimo amico, sosteneva sempre che l’accessorio più importante di tutta la sua attrezzatura fosse proprio il treppiedi; chiamarlo “accessorio” poi, era sbagliato. Infatti si sarebbe dovuto chiamarlo “necessità”. Fanatismo a parte, aveva ragione. Infatti la maggior parte dei treppiedi è o troppo fragile, o troppo corta, o costruita male… Negli ultimi anni sono giunto alla conclusione che se uno desidera essere serio nei confronti del proprio lavoro e, magari, usa obiettivi di focale superiore ai 200mm, NON ESISTE TREPPIEDI CHE SIA TROPPO PESANTE. Avendo diretto un buon numero di workshops fotografici in giro per il mondo, mi sono accorto di quanto questo povero oggetto venga trascurato, anzi, di quanto sia proprio la parte più trascurata di tutta l’attrezzatura fotografica! Ho conosciuto fotoamatori che si presentavano a shooting notturni addirittura senza! Mi ha sempre stupito vedere persone con fotocamere da 4 mila euro e obiettivi da 5 mila, montare i loro gioiellini su treppiedi comprati a 10 euro sulle bancarelle dei cinesi… mah?!

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foto n.5: il noto esperto di grandi formati, A.B., sulle nevi di St. Moritz, alle prese con la sua Busch Pressman montata su Gitzo, mod. “Balaklava”… pardon, “Basalt”. Badate: nel 2011, in pieno sole a f/16, col riflesso della neve e con pupo e passegino a carico…! Si dice che si tratti della reincarnzione di W.H.F. Talbot. mah?! (ph. ALT)

I principianti, spesso, ritengono che dato che la loro digitale supertecnologica che hanno appena acquistato ha il pregio di essere anche leggerissima, un treppiedi altrettanto leggero sia sufficiente… sbagliato! Infatti non considerano che man mano che utilizzano teleobiettivi di focale maggiore, oltre al soggetto, si ingrandiscono anche i problemi. Ad esempio, l’obiettivo “normale” per una 35mm è il 50mm, pertanto il 100mm rappresenta un’ottica due volte più potente: ciò raddoppia gli effetti negativi di tutte le vibrazioni, di tutti gli errori di messa a fuoco e di qualunque altro eventuale difetto, distorsione e/o aberrazione! Uno zoom 80-200 alla focale massima è un obiettivo quattro volte più potente rispetto al “normale”. Se lo usate, dovrete servirvi di un’attrezzatura quattro volte più robusta ed essere quattro volte più attenti se volete ottenere la stessa qualità che ottereste con il 50mm… Conclusione: NON LESINATE QUANDO DOVETE COMPRARE IL TREPPIEDI! Ve ne pentireste molto prima di quello che pensate.

Io ne possiedo un bel po’ e, quando sono in studio, lavoro addirittura con uno stativo a colonna (persino quando scatto con la DSLR, non soltanto con il banco ottico). I migliori, secondo me, vengono fabbricati proprio in Italia (Gitzo e Manfrotto) e sono prodotti dal medesimo gruppo industriale (britannico!).

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