Berenice Abbott ancora in Italia. Fino al 6 gennaio alla Galleria Sozzani di Milano

di Elisabetta Spinelli

Berenice Abbott è una delle figure più influenti della fotografia americana del ventesimo secolo. Ha dedicato la sua lunga carriera alla fotografia, esplorando nozioni di fotografia documentaria e di realismo fotografico.

Bouncing-ball time exposure, MIT 1958-61 (courtesy of Berenice Abbott)

Bouncing-ball time exposure, MIT 1958-61 (courtesy of Berenice Abbott)

Nata in Ohio nel 1898, abbandona la facoltà di giornalismo presso l’Università dell’Ohio e si trasferisce a New York City per studiare scultura. Nei primi anni ’20 si trasferisce nuovamente, questa volta a Parigi dove si unisce al circolo degli intellettuali d’avanguardia. Diventa assistente di Man Ray che le insegna le tecniche della camera oscura e la introduce al lavoro del fotografo francese Eugène Atget. Nel 1926 apre il suo studio di fotografia e raggiunge rapidamente il successo con una serie di ritratti di scrittori, drammaturghi e artisti: James Joyce, Eugène Atget, Marcel Duchamp, Man Ray, Jean Cocteau, Sylvia Beach, André Gide, Tsuguharu Foujita, Max Ernst, e Marie Laurencin, sono alcuni dei personaggi che hanno posato davanti al suo obiettivo.

Di ritorno a New York nel 1929, Berenice Abbott progetta e realizza il suo lavoro più conosciuto e influente Changing New York. Concepito come una documentazione su New York e come interpretazione artistica, la Abbott coglie i cambiamenti di una metropoli in evoluzione dopo la Grande Depressione. Il contrasto fra il passato, il presente e l’adattamento alla modernità è accentuato dall’alternarsi di uno stile documentario, diretto e frontale ad una nuova visione estetica caratterizzata da una particolare attenzione ai dettagli e dalle prospettive audaci. Come la stessa Abbott ha dichiarato riferendosi a questo lavoro, “Nel caso particolare di New York – i contrasti, i cambiamenti veloci mi hanno ispirato. Lo sguardo di una città in movimento necessita di una dettagliata trama e prospettiva”.

Nel 1939 Berenice Abbott inizia il suo più ambizioso progetto: fotografare i fenomeni scientifici. In qualità di photo-editor della rivista Science Illustrated conduce una serie di ricerche e sviluppa nuovi apparecchi fotografici e metodi di illuminazione. Alla fine degli anni ’50, realizza per il Massachusetts Institute of Technology una serie di illustrazioni sui principi della meccanica e della luce. Rifacendosi ai suoi esperimenti parigini degli anni ’20, in particolare alla tecnica del rayogramma di Man Ray, produce delle immagini che ancora oggi sono un raro esempio di come un meticoloso lavoro documentario al servizio della ricerca e della scienza possa raggiungere, attraverso inedite forme astratte, altissimi livelli artistici.

Isamu Noguchi, New York 1929 (courtesy of Berenice Abbott)

Isamu Noguchi, New York 1929 (courtesy of Berenice Abbott)

La mostra Berenice Abbott presenta una selezione di fotografie che svelano l’unità e la ricchezza del suo lavoro e l’influenza che il suo stile ha avuto nei campi della ritrattistica, del panorama urbano e della fotografia scientifica.

“Innanzitutto definiamo cosa non è una fotografia. Una fotografia non è un dipinto, una poesia, una sinfonia, una danza. Non è solo una bella immagine, non un virtuosismo tecnico e nemmeno una semplice stampa di qualità. È o dovrebbe essere un documento significativo, una pungente dichiarazione, che può essere descritto con un termine molto semplice: selettività ” (Berenice Abbott nel 1951 tratto da “Universal Photo Almanac”)

La fotografia non potrà mai crescere fino a quando imiterà le altre arti visive.

Deve camminare da sola; deve essere se stessa”.

                                                                                                                       Berenice Abbott

Galleria Carla Sozzani – c.so Como 10, Milano

Fino al 6 gennaio, 2014

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